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La "lezione" di Sgarbi fra arte, esistenza e affetto del pubblico

Il critico parla del nuovo libro e della sua vita attraverso una serie di fotografie in una sala strapiena

La "lezione" di Sgarbi fra arte, esistenza e affetto del pubblico
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Dal nostro inviato a Torino

Lontano il tempo delle sue ire, delle tempeste, degli egocentrismi; passato il tempo delle sue donne, delle sue sante e delle sue Madonne; dimenticato il tempo delle corse, delle fughe e degli eccessi; ora per Vittorio Sgarbi (foto) 74 anni, un fisico che ti presenta il conto e un malessere oscuro che ti morde dentro - è il tempo, rallentato, della riflessione, della mitezza, dei resoconti.

Il racconto, della sua vita e della sua arte, Vittorio Sgarbi l'ha fatto ieri, in pubblico, al Salone del libro di Torino - un ritorno dopo tanto silenzio, applauditissimo, più volte, tutti in piedi, il corpo ferito ostentato e le standing ovation, salutato dai cinquecento spettatori della Sala dei Cinquecento, e poteva essere dei Seicento e oltre - non più in una lectio sull'arte, da solo contro tutti, come da tradizione qui al Lingotto, ma in una lezione di vita, da solo con se stesso, in un dialogo con Paolo di Paolo: ha parlato del suo ultimo libro, Il cielo più vicino. La montagna nell'arte, ma in realtà, punteggiato dallo scorrere, sul grande schermo dell'aula-teatro, delle foto più belle della sua giovinezza e delle opere più belle dei suoi maestri, da Giotto ai neoprimitivi, ha spiegato il senso della sua Esistenza e quello dell'Arte. C'è meno forza in questo Sgarbi, ma c'è più verità.

Spogliato delle provocazioni, spesso inutili; della foga, sempre eccessiva; dell'accumulo, a volte dispersivo, Vittorio Sgarbi - pacato, posato, fragile - oggi nel suo racconto del grande mistero dell'arte è persino più efficace, chiaro, cristallino. Meno parole, meno digressioni, meno polemiche: più precisione, più sostanza, più sincerità.

A Sgarbi è successo come a certi artisti: l'apice della loro arte l'hanno toccato levando.

Il viaggio è lungo. La foto di lui bambino col padre, il primo viaggio in motorino a Padova per capire, nella cappella degli Scrovegni, perché la pittura moderna comincia con Giotto, Le due madri di Giovanni Segantini, lui da piccolo e sua madre, il suo Caravaggio, Il Fanciullo con canestro di frutta che si specchia, secoli diversi, stessi riccioli, nel Ninetto Davoli di Pasolini, i suoi artisti "minori" che lui ha elevato a maggiori, la foto bellissima di lui che indica la strada a Sabrina - "la ragazza col cielo negli occhi" - quando in realtà è sempre stata Sabrina a condurlo lungo tutte le sue strade, e sopra a tutto la consapevolezza che l'arte è per l'Uomo solo una cosa: una necessità e una esigenza.

Sta venendo tardi, l'ora si è consumata e Sgarbi è stanco.

La voce affievolisce, gli occhi cercano Sabrina nel pubblico, le fotografie della sua vita infinita sono finite, restano le sue parole, restano non le sue lectio ma la sua lezione, resta l'uomo prima del critico, resta il ricordo di quello che Vittorio era e la consapevolezza di quello che è. Dopo, resta tutto il futuro imprevedibile che vorrà continuare a raccontarci.

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