Liberalismo, quell’idea che ha costruito l’Italia

Liberalismo, quell’idea che ha costruito l’Italia

Cosa è il liberalismo italiano? Domanda alla quale è assai difficile rispondere e che in ogni caso richiede risposte non univoche. Per liberalismo, si possono infatti intendere molte cose: un’ideologia, una filosofia politica, una dottrina economica, un metodo di governo, un partito. Su questi punti si possono trovare nel Dizionario alcuni chiarimenti, anche se forse le interpretazioni più diffuse sono quelle che riflettono una visione meno dogmatica e più pragmatica, intendendo il liberalismo come una filosofia politica ed un metodo di governo, e, se si vuole, come un’esperienza storica. Forse è soltanto in questo ultimo senso che si può parlare di un liberalismo «italiano». Altrimenti è difficile definire in termini nazionali un movimento di pensiero che ha avuto radici europee e proiezioni internazionali.
Non è questione, dunque, di porsi il problema se il nostro liberalismo abbia avuto o abbia caratteri di originalità, quanto, invece, se esso abbia avuto una sua specificità rispetto alle condizioni del nostro paese. A questo riguardo, anche se il liberalismo italiano non ha contribuito a creare un pensiero capace di dare vita a sistemi filosofici in grado di influenzare quello di altri paesi - il che non significa che non abbia avuto dei «pensatori» (come Croce e Gentile o Einaudi o Leoni) - non si può negare che esso abbia ispirato una «rivoluzione nazionale» da cui è nato uno stato moderno, modellato su principi e su una legislazione che sono espressioni della realtà nazionale. L’urgenza di costruire lo stato ha reso necessario fondare una scienza dell’amministrazione su basi nazionali ed una cultura giuridica nei vari campi del diritto, così come non si può trascurare il contributo che Mosca, Pareto e Michels hanno dato alla fondazione di una moderna scienza politica; ha determinato la formazione di un pensiero economico in funzione della creazione di un mercato nazionale, al cui servizio è stato creato un complesso di infrastrutture moderne, provvedendo allo stesso tempo ad inserire l’economia italiana in un sistema internazionale. È stato perciò necessario per i governanti liberali inventarsi una politica estera che ha avuto il merito di trasformare la questione italiana in un problema internazionale ed avviare il nostro paese ad occupare un suo posto come la «più piccola delle grandi potenze» nel concerto internazionale. In conseguenza, ci si dovette dotare di un apparato militare che, pure nella scarsità delle risorse, fu capace di sostenere uno sforzo bellico di lunga durata, che va dalle guerre d’indipendenza alla Grande Guerra, attraverso le quali si è realizzata l’unità territoriale del paese e per la prima volta la nazionalizzazione delle masse. Non si può sottovalutare, poi, il ruolo esercitato in quel periodo dalla scuola nell’opera di alfabetizzazione e di istruzione e dalla cultura nelle sue varie espressioni nella fondazione dell’identità nazionale. È innegabile che fino al primo conflitto mondiale la grande cultura, nei vari campi del sapere, si sia identificata con quella liberale.
Non si può dire che il fascismo, avversario storico del liberalismo, che ha avuto nei confronti della tradizione risorgimentale un complesso rapporto di negazione/superamento, sia riuscito a cancellarne le tracce. Come è stato messo in luce dalla recente storiografia, è a partire dagli anni Sessanta-Settanta del Novecento che la cultura liberale subisce una eclissi, sotto l’influenza delle culture critiche (marxista e cattolica). Un fenomeno che si riscontra facilmente nei riguardi della cultura giuridica ed economica, che erano riuscite a sopravvivere alle rotture istituzionali prodotte dal regime, tanto che l’Italia ha perso quasi completamente quei residui tratti liberali, anche quelli ancora presenti nella Costituzione repubblicana, residui ereditati dall’Italia prefascista e conservati attraverso una prassi che la classe politica democratica ed antifascista aveva saputo indicare nella transizione dal fascismo alla Repubblica. Dopo la quasi completa marginalizzazione della cultura liberale avvenuta nell’ultimo quarantennio, è stata recentemente da più parti - anche dagli avversari storici - sollevata la richiesta se non di una «rivoluzione liberale», quanto meno di una liberalizzazione del sistema, anche se spesso non se ne intendesse completamente il significato. Non si può negare che vi sia stata in questi ultimi tempi una ripresa della cultura liberale, ma non si tratta tanto di un «ritorno al liberalismo» di tradizione italiana, quanto di un «neoliberalismo» risultante in molti casi da un felice trapianto di teorie straniere. Si deve riconoscere che nel panorama odierno questo «neoliberalismo», per quanto a volte non parli con «accento» italiano, ha dimostrato una innegabile vitalità, che del resto è testimoniata da molte voci contenute in questo Dizionario, che però non annullano quelle visioni più in sintonia con le interpretazioni classiche del liberalismo politico italiano.
D’altra parte, l’obiettivo prefissato è stato quello di fare un «inventario critico» del liberalismo italiano, non certo per difenderne pedissequamente la tradizione o per sostenerne acriticamente l’originalità, quanto per documentarne appunto la «specificità» derivante da una particolare esperienza storica che ha avuto le sue luci e le sue ombre, ma la cui positività è fuori discussione. Più che puntare su di una definizione di liberalismo c’è da domandarsi quali siano stati i temi caratterizzanti il liberalismo italiano: quale, in definitiva, è stato il ruolo del liberalismo nella storia d’Italia, nella cultura, nel pensiero filosofico, in quello economico e giuridico, nell’organizzazione dello stato e nella politica estera. Ed è a queste questioni che hanno l’ambizione di rispondere le voci del dizionario. Si deve anche osservare che più che di liberalismo, si dovrebbe parlare di «liberalismi» vista la varietà di posizioni e di interpretazioni date al liberalismo in Italia. Dalla lettura delle voci apparirà chiaro come tali posizioni ed interpretazioni nel corso della storia siano state tra di loro spesso contrastanti, ma in molti casi complementari. Vi sono stati liberali idealisti e positivisti; credenti, laici ed anticlericali; progressisti e conservatori; protezionisti, liberisti o a favore dell’economia sociale di mercato; favorevoli ad un tipo o ad un altro di alleanza internazionale e via dicendo, ma tra loro vi erano dei punti in comune fermi e condivisi: la difesa dei diritti civili e politici, della libertà religiosa, del legame con la tradizione risorgimentale, il rispetto delle istituzioni liberali, la dedizione all’interesse nazionale, l’idea che fosse un dovere promuovere l’istruzione popolare e la cultura, il principio di nazionalità ed il rifiuto del nazionalismo.

a cura di Giampietro Berti, Dino Cofrancesco, Luigi Compagna, Raimondo Cubeddu, Elio d’Auria, Eugenio Di Rienzo, Francesco Forte, Tommaso Frosini, Fabio Grassi Orsini, Giovanni Orsina e Roberto Pertici.

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