Il libro Le storie del bramino amato da Wittgenstein

Intorno ai 35 anni, come raccontano i suoi biografi, Wittgenstein si prese una sbandata intellettuale per Rabindranath Tagore (1861-1941). Il più ostinatamente lucido e cerebrale dei filosofi dell'epoca (era il 1921) si mise all’improvviso a compulsare le pagine di uno scrittore suo contemporaneo che spesso, oggi, è ritenuto consono soltanto nell’ambito new age. Lo stesso destino che è toccato a Kahlil Gibran, Nazim Hikmet, Hermann Hesse. Nell’immaginario critico letterario, poi, Tagore rimane una di quelle penne dotate di quel senso estetico convenzionale che trova la primavera «rigogliosa», il mare «grandioso». Cosa ci vedeva in pagine simili uno come Wittgenstein, e con lui Yeats e Pound? L’occasione per rispondere alla domanda potrebbe essere l’uscita de «Il vagabondo» (da oggi in libreria per Guanda, pagg. 176, euro 14), una raccolta di racconti dove Tagore dà il meglio di sé. Nato nel 1861 a Calcutta, figlio di un ricco bramino, Tagore fece esperienza di un’India che oggi potremmo definire «senza tempo», dove povertà e ricchezza, natura e cultura erano parte dell’eterno fluire delle cose, e così la descrisse nei suoi libri, che sono fotogrammi dell’eternità, campioni di vita terrestre. In questo senso i racconti de «Il vagabondo» sono godibilissimi. Per gentile concessione dell’editore Guanda, pubblichiamo il racconto «Re e regina», inedito in Italia.

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