Lichtenstein sbarca alla Triennale

Era un post moderno più che un pop. Oggi fino al 30 maggio lo possiamo ammirare in tutta la sua maestosità ricca di colori e di tagli alla Triennale di Milano<br />

Era un post moderno più che un pop. Oggi fino al 30 maggio lo possiamo ammirare in tutta la sua maestosità ricca di colori e di tagli alla Triennale di Milano che racconta un capitolo meno noto del famoso pittore americano: si tratta dei «remake dei classici». ossia un centinaio di opere di grandissimo formato e sculture, ma anche dipinti e disegni, ispirati ai grandi maestri delle avamguardie. Poy Lichtenstein (1923-1997), newyorchese, noto per avere trasformato le scrisce dei fumetti e dei giornalini di serie B degli anni Cinquanta in icon edell’arte contemporanea, divenne celebre per uan bionda cotonata che piange su i suoi vestiti e dalle cui labbra esce una nuvala piccola: «I love you». Attenzione, non si tratta però delle solite bionde, le automobili che lanciate a 200 km all’ora o quelle bombe che vediamo esplodere dai quadri della mostra che la Triennale dedica all’inventore, con Andy Warhol, della Pop Art: stiamo parlando di «Girl with tear» del 1977, se ci si ricorda, la ragazza con le lacrime era uno dei soggetti preferiti di Man Ray. E quando si parla di una revisione dei classici vediamo un Picasso «Painting Picasso head» del 1984, che riprende in chiave pop una testa cubista del grande pittore spagnolo. Dopo il lavoro di circa tre anni ai fumetti, l’artista passa alle vignette animate di Mandrake, Papeye o onomatopee in tecnicolor, dove dalla ricerca concettuale emergono studi mirati intrapresi durante la guerra, portati avanti all’Università quando rimase folgorato da Matisse, Picasso, Rouault o Cézanne. In mostra anche un riferimento a Van Gogh: «Bed room ad Arles» del 1992, che riprende la famosa cameretta del pittore ad Arles e Carrà con «Red Horsemen» del 1974, un omaggio al Cavaliere rosso di Carlo Carrà, di proprietà del Comune di Milano. Dal Cubismo al gesto infantile di Klee, la mostra «Meditations on Art» è un «tentaivo di scimiottare l’espressionismo astratto» che dominava nelle gallerie di New York ai tempi di Leo Castelli. Il disegno elemntare e pure la simulazione del «retino tipografico» riprodotto con maschere piccole a pallini e colorate, ha consegnato alal storia tele teli sì ispirate ai cartoon, ma interpretate e approfondite quasi solo superficialmente in nome di uan società massificata e dei suoi stereotipi. Una percezione che si comprende chaiara nel video di Christina Clauser, dove vediamo messaggi subliminale dagli spot televisivi a quelli dei giornali. Non si possono fare dei parallelismi tra le linee geometriche di Mondrian, ma vi si può leggere la sua «digestione in pixel» e anche dal Futurismo o a Gordon, fino al culto giapponese che chiude la mostra accompagnata da un corposo catalogo di Skira a cura di Gianni Mercurio, un «Tramonto» del 1965, del Sol Levante, l’artista sempre volere finere un’avventura che si concluse in vita a lietofine con un Superman. Forse un’illuminazione più appropriata riusciva a evidenziare opere di così grande formato. Triennale, Via Alemagna 6. Chiuso lunedì.
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