L'intervento/Ma sulle questioni etiche una mediazione è possibile

Il centrodestra moderato e riformista, che in Italia si chiama Pdl, ha fra i suoi aspetti fondamentali l’incontro fra cattolici e laici. Chi volesse stravolgere questa elementare realtà farebbe solo danni. Di conseguenza bisogna superare le attuali difficoltà sul terreno del confronto ideale e dei contenuti programmatici.
Infatti bisogna evitare che nel Pdl si verifichi, come invece è avvenuto nel Partito Democratico, uno scontro fra «laicisti» e «integralisti». Nel Pdl esistono un grande numero di laici non anticlericali e di cattolici non integralisti: sul carisma di Berlusconi e anche sul loro incontro per molti anni Forza Italia ha basato la sua azione politica; in un contesto diverso per ragioni storiche assai chiare, An si è fondata sulla leadership di Fini e sulla convergenza di cattolici e di laici. Se questo incontro fra cattolici e laici ha funzionato con Forza Italia e con An, a maggior ragione esso deve funzionare oggi nel Pdl.
Nel Pdl fra i cattolici e i laici che sono moderati e riformisti esistono valori comuni sul terreno del garantismo e della ricostruzione in Italia dello Stato di diritto, della famiglia, dell’economia sociale di mercato (e i conseguenti temi della sussidiarietà, della partecipazione, di un welfare rivisitato), della valutazione del quadro internazionale e della politica estera (stretta alleanza con gli Usa e con Israele, rapporti positivi con gli Stati arabi moderati, lotta al fondamentalismo e al terrorismo islamici, rilancio dell’Europa). È invece possibile, come è avvenuto nel passato (ad esempio su alcuni aspetti della legge sulla fecondazione assistita in parte corretti da una pronuncia della Corte Costituzionale riguardanti il limite dei tre embrioni e il divieto di analisi di preimpianto), una diversità di opinioni su temi della bioetica. Su di essa va esercitato il metodo, oggi un po’ desueto, della mediazione. Adottando questo metodo ci si deve misurare con alcune questioni che stanno sul tappeto quali l’adozione della pillola abortiva Ru486 e il testamento biologico.
Per ciò che riguarda la Ru486 a nostro avviso è difficile non prendere atto del deliberato dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) che, fino a prova contraria, è una commissione tecnica e neutrale al di sopra o al di fuori delle parti. In secondo luogo non si può trascurare che questa pillola è adottata da tempo in molti Paesi. Di conseguenza è bene che il governo adesso ne regolamenti l’uso e proprio attraverso il regolamento ne realizzi la congruità con la legge 194. A latere può svolgersi l’indagine conoscitiva della Commissione Sanità del Senato. Per ciò che riguarda la legge sul testamento biologico, approvata dal Senato dopo un libero dibattito e votazioni a scrutinio segreto, va detto che essa non può esser definita come «clericale» perché comunque si fonda su una mediazione di fondo fra cattolici e laici perché da un lato comprende quell’autodeterminazione originariamente contestata alla radice dai cattolici (e una parte sia pur minoritaria di essi ha mantenuto questa obiezione) e dall’altro il divieto di bloccare l’idratazione e l’alimentazione contestata da una parte dei laici (non dal sottoscritto e da altri laici che non possono dimenticare le sofferenze di Terry Schiavo). Per queste ragioni di fondo, ovviamente qui sopra solo accennate, il testo del Senato va liberamente discusso alle Camere, può essere emendato in modo attento, ma non stravolto nella sua logica di fondo.
Tutto ciò se, come abbiamo detto all’inizio, il confronto è fra cattolici liberali e laici non anticlericali. Se invece il confronto diventa uno scontro fra integralisti e laicisti oppure se esso viene caricato di contenuti politici non attinenti alla materia, ciò sarebbe, a nostro avviso, un gravissimo errore. Di conseguenza su tutta questa tematica va aperto un confronto sereno che deve avere anche la consapevolezza che l’iniziativa legislativa non è stata provocata dalle forze politiche che hanno approvato al Senato la legge che oggi è in discussione alla Camera.
Di per sé sarebbe infatti discutibile che questa materia fosse regolata per legge e non affidata al buon senso e alla sofferenza vissuta nel corso di drammatiche esperienze di vita di chi sta sul campo, cioè il malato, i medici, i famigliari. È stato però Peppino Englaro che, rivolgendosi ripetutamente alla magistratura e ottenendo alla fine una sentenza, ha costretto il Parlamento a legiferare su una materia che non poteva essere lasciata a decisioni inevitabilmente fra loro contraddittorie di singoli magistrati e che, a quel punto, richiedeva l’intervento del legislatore.
*capogruppo del Pdl alla Camera