Per l'Iran i torturatori siamo noi

Il regime islamico diventa difensore dei diritti umani,  convoca il nostro ambasciatore e accusa: "La polizia italiana usa la forza contro gli oppositori del G8". Il figlio di Khamenei pronto al golpe

Per l'Iran i torturatori siamo noi

Si sa, da un po' di tempo a questa parte è sempre colpa di noi italiani. E così anche la Repubblica Islamica ci prova. Dopo un'elezione trasformata in una partita a rubamazzetto, dopo un mese di scontri di piazza con venti morti ufficiali e chissà quanti non ancora dichiarati, dopo l'arresto e la tortura di centinaia di esponenti dell'opposizione chi è il violento? Chi è lo Stato canaglia colpevole di scatenare la polizia e di farsi beffe dei diritti umani? «Ça va sans dire» la nuova dittatura, il nuovo regime illiberale pronto ad agitare i manganelli dei questurini per mettere a tacere gli oppositori è soltanto l'Italia.

Non ci credete? Consolatevi, mentre leggeva la convocazione del ministero iraniano degli Esteri non ci credeva neppure Alberto Bradanini, nostro ambasciatore a Teheran. Sgranava gli occhi e scorreva quel comunicato con cui il governo del presidente Mahmoud Ahmadinejad condannava «l'uso della forza da parte della polizia italiana impegnata a reprimere le manifestazioni degli oppositori al G8».
In attesa di ascoltare le rimostranze del ministero, Bradanini faceva due conti. A Teheran era da poco passato mezzogiorno, in Abruzzo non erano manco le dieci. Dunque se il corteo degli oppositori del G8 da Paganica alla stazione dell'Aquila non era previsto prima delle 14 qualcuno a Teheran giocava d'anticipo. Si sbagliava.

I sensibili esponenti del regime iraniano erano in ambasce per la sorte di Max Gallob e degli altri esponenti dei Centri sociali arrestati per gli incidenti del 18 maggio scorso a Torino in occasione del G8 dell'Università. Quel giorno raccontano i verbali delle nostre Questure, il Max Gallob e i suoi amici caricavano le forze dell'ordine con arieti di plexiglas e ferro e poi non paghi ci davano dentro con pietre, cubetti di porfido ed estintori. A dar una mano ci si metteva anche il cittadino iraniano Omid Firouzi Tabar, un ricercatore sul libro paga dell'università di Urbino prontamente rientrato a Teheran per evitare un mandato di cattura della nostra magistratura. Per fortuna ora Tabar è al sicuro. Più che sicuro. Rischierà di venir fatto a fette dai basiji se si farà trovare in un dormitorio dell'università o di ritrovarsi in una cella con un cappio al collo, ma non dovrà più temere la spietata repressione di marca italiana.

Quanto a noi le nostre colpe non si ferman certo lì. Allo sconcertato ambasciatore Bradanini i funzionari di Teheran hanno contestato ieri anche l'omicidio dell'egiziana Marwa Sherbini, una signora musulmana uccisa a coltellate in un tribunale di Dresda da un tedesco di origini russe denunciato per diffamazione. Voi come il nostro povero ambasciatore vi chiederete e l'Italia che c'entra? «L'omicidio della signora Sherbini, l'indifferenza dall'occidente e dei membri del G8 come il vostro - ha spiegato a Bradanini il direttore generale per l'Europa del dicastero iraniano - sono solo un esempio del modo equivoco con cui Paesi come il vostro gestiscono i diritti umani e quelli delle minoranze. Soprattutto se di mezzo ci sono i cittadini musulmani sottoposti ogni giorno a nuove restrizioni con la scusa di combattere l'estremismo». E come ogni vero colpevole anche il nostro ambasciatore è rimasto, ieri, senza parole.

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