Furono in due, in quella resa generalizzata a Antonio Di Pietro che furono i processi di Mani Pulite, a tenere testa al pm più famoso d’Italia: due sono già morti da anni, ed erano i difensori di Bettino Craxi, cioè Giannino Guiso ed Enzo Lo Giudice. Il terzo se ne va ieri, ed è quello che nel suo scontro frontale con Di Pietro divenne il protagonista dell’evento mediatico che riassunse quell’epoca, il processo Enimont. Giuliano Spazzali difendeva Sergio Cusani, e neanche lui era sceso a patti con la Procura. Di Pietro ne approfittò per trasformare l’aula in un’arena dove trascinava pallidi, inermi, a volte balbettanti - i potenti della Prima Repubblica.
Diciott’anni fa, Spazzali aveva appeso la toga al chiodo. Lo annunciò- lui, uomo di sinistra radicale - con una intervista al Giornale, che riletta adesso fa quasi impressione per la sua lungimiranza. Spiegava di trovarsi a disagio in una giustizia troppo cambiata, trasformata in uno spettacolo di cui lo show del processo a Cusani era stato l’antesignano: «Enimont ha fatto scuola e si è moltiplicato.
Con la differenza che per Di Pietro la spettacolarizzazione del processo aveva un obiettivo preciso, oggi è del tutto fine a se stessa ed è diventata norma.
Una norma non scritta ha istituito la doppia aula del foro televisivo e del tribunale». Chissà cosa direbbe adesso.
Dai processi politici degli anni Settanta, con Spazzali in prima fila nel «Collettivo di difesa» degli imputati dell’ultrasinistra, a quelli per la malavita organizzata, con la lotta furibonda ai «pentiti» (che Spazzali senza mezzi termini «psicopatici»), la sua era la biografia di un avvocato senza schemi, pronto a difendere da Scientology al mostro di Leno con la stessa determinazione. E sempre con l’aria, in fondo, di divertirsi. Ma l’epoca del divertimento era finita. «Ho scoperto, all’improvviso, per caso, di essere vecchio.
Quando ho iniziato questa professione c’erano degli avvocati da cui ho imparato cose importanti, che però consideravo vecchi; pensavo che si dovesse superarli perché era il loro tipo di sapere ad apparire inadeguato ai tempi nuovi. Oggi sono io a sentirmi superato».
Gli dicemmo: ci si può adeguare. «Ma io non mi voglio adeguare. Quando ho iniziato, l’albo degli avvocati di Milano era alto un mignolo: oggi è alto una spanna. Dodicimila, tredicimila avvocati, ragazzi che entrano in questa professione saltando a piè pari quella fase di formazione decisiva che era la gavetta negli studi, il precariato, il praticantato. Non è un bene né un male, è il riflesso inevitabile della globalizzazione. Ma ha cambiato radicalmente la natura del nostro lavoro. Una volta esisteva una professione liberale.
Oggi gli avvocati a Milano sono ventitremila.