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Gli arrestati per il caso Ranucci non rispondono al gip. È ancora caccia ai mandanti

Per gli inquirenti i tre hanno agito su commissione. Arruolati perché esperti nel maneggiare esplosivi

Gli arrestati per il caso Ranucci non rispondono al gip. È ancora caccia ai mandanti
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Non rispondono al gip i tre uomini accusati di aver piazzato la bomba davanti alla casa del giornalista e conduttore di Report Sigfrido Ranucci (nella foto).

Due giorni fa sono finiti in carcere, arrestati dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma, su delega dalla Dda della Capitale, Pellegrino D'Avino, Saverio Mutone e Antonio Passariello. Sarebbe stato quest'ultimo, 53 anni, con precedenti penali e un certo spessore criminale, come scrive il gip, a piazzare materialmente l'ordigno la sera del 16 ottobre 2025. E in una conversazione del 24 marzo 2026, ma ce ne sono molte altre rilevanti, si attribuirebbe apertamente la responsabilità dell'attentato: «Cercati su internet la notizia dell'esplosione davanti alla casa del giornalista».

Tutti i componenti del gruppo avrebbero comunque avuto un ruolo preciso nell'azione. E oggi è fissato l'interrogatorio di garanzia della compagna di D'Avino, ai domiciliari. Sono accusati di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall'aver agito con modalità di tipo mafioso. Per il gip è stato «un atto intimidatorio gravissimo», di cui i membri del gruppo sono considerati solo gli esecutori materiali.

C'è un secondo livello. È una certezza per gli inquirenti, come del resto si evince dalle numerose intercettazioni, che ci siano dei mandanti, su cui ora sono concentrati gli sforzi dell'indagine. Soggetti terzi evocati nei dialoghi, in particolare un intermediario che avrebbe tenuto i contatti con un componente della banda. Considerata «manovalanza criminale», attiva nelle province di Napoli e Avellino. Ma cinque giorni prima dell'attentato a Ranucci, tre membri del gruppo sono stati localizzati in Sicilia. Gli indagati, emerge dalle intercettazioni, sarebbero stati soliti maneggiare esplosivi ed eseguire azioni intimidatorie su commissione.

Nel caso di Ranucci sarebbero stati «assoldati», per fare un «piacere» a qualcuno, in cambio di denaro. Non si esclude nessuna pista sul movente, a partire dalle inchieste giornalistiche di Report, come quelle sulle infiltrazioni della criminalità nelle tifoserie ultrà di Roma e Milano. Servizi che avevano acceso i riflettori sui rapporti tra gruppi ultras, camorra e ndrangheta. Ieri il giornalista è stato sentito nuovamente in Procura dal pm Carlo Villani alla presenza anche del procuratore capo Francesco Lo Voi.

«Al momento gli inquirenti non escludono nulla - ha detto poi Ranucci - stanno lavorando a 360 gradi.

Mi hanno prima di tutto chiesto se conoscevo gli arrestati di martedì e abbiamo ripercorso alcune vecchie inchieste di Report che hanno riguardato l'area geografica in cui vivevano i componenti della banda». E poi domande sui possibili «attriti con personaggi finiti al centro delle inchieste. Nessuna pista è esclusa compresa quella del gesto isolato, di un pazzo», ha spiegato il giornalista.

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