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Magistratura

Arriva il soccorso della Cassazione per i medici anti-Cpr

Annullata la sospensione per tre dottoresse indagate per certificati falsi

Il Grande fratello della Cassazione: migliaia di sentenze e nomi in Rete

La corte di Cassazione ha fornito l’assist ai medici indagati dalla procura di Ravenna per i certificati costruiti ad hoc per impedire ai migranti irregolari di entrare nei Cpr, facendo esultare la sinistra. È questa l’estrema sintesi di quanto accaduto ieri, quando le toghe hanno annullato con rinvio al tribunale del Riesame di Bologna le misure interdittive per tre dottoresse del reparto Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna. Le tre indagate avevano avuto interdizioni dalla professione, con sospensione per dieci mesi nell’ambito dell’inchiesta per falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio. Sono attualmente 23 gli indagati, in un filone che è partito dalla Romagna ma che si è esteso a quasi tutta Italia, con medici coinvolti in molte regioni. La contestazione riguarda la predominanza dell’ideologia sull’obbligo professionale, bloccando lo svolgimento di una procedura amministrativa necessaria per preservare la sicurezza nazionale.

Il soccorso rosso si è mosso anche in questa occasione per supportare le tre dottoresse. «La notizia, che è davvero una bella notizia, potrebbe esserlo ancora di più se la Corte si fosse spinta nell’approfondimento del fumus con considerazioni più generali che la singola misura cautelare della sospensione», scrivono dalla rete «No ai Cpr», che continua a perseguire le ragioni dei medici e che, da tempo, fa anche propaganda nelle scuole sulle ragioni per le quali nessuno dovrebbe entrare in un Cpr. Anche la Fp Cgil è intervenuta per esultare davanti alla decisione della Cassazione di annullare il provvedimento in quanto, scrive il sindacato «la cura medica e la tutela della salute sono diritti universali, sanciti dall’Articolo 32 della Costituzione, e non possono diventare un reato». Ma il punto dell’inchiesta, anche se si sta cercando di spostare il focus, è un altro: non si contesta ai medici di aver curato i migranti irregolari, pratica legittima e obbligatoria in Italia, ma di aver prodotto certificati medici non aderenti alle condizioni dei soggetti per impedire che venissero condotti nei Cpr per essere espulsi, come prevede la legge. Sono due questioni diverse, che a sinistra tendono a mescolare per confondere le acque e creare una narrazione divergente da quella che è l’indagine. Ha scelto la via di Salomone il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale: «Non vorrei che ogni volta ci fosse un’esultanza da una parte o dall’altra, perché non è uno stadio. Sono persone, va rispettata la loro presunzione di innocenza. I giudici sono giudici sia quando decidono come piace alla destra sia quando decidono come piace alla sinistra». Di diverso tenore le dichiarazioni della Ong Mediterranea di Luca Casarini, che ha ribadito il refrain già sentito nelle piazze: «La cura delle persone non è reato, la tutela della salute non può piegarsi alle strategie di migranticidio adottate dal governo». La legge, infatti, per certe realtà vale solo quando può essere piegata alle proprie esigenze.