“Essere garantista non significa andare contro un magistrato. Quando parliamo di separazione delle carriere non stiamo facendo la guerra alle toghe”.
Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani si conferma moderato e apre al dialogo, non vuole acuire lo scontro del governo con l’Anm e alcuni magistrati, criticati per i loro provvedimenti.
Agli “Stati Generali dei garantisti” il leader conferma che Forza Italia ha il garantismo “nel suo dna, ma qui non albergano pericolosi nemici dei magistrati”. Per la precisione, però, “troppe volte ci sono pm che svolgono indagini che hanno un atteggiamento troppo politico, ma la stragrande maggioranza dei magistrati fa il proprio dovere’’.
Lo dice di fronte al segretario dell’Anm Rocco Maruotti, che fa parte della corrente di sinistra “Area”. E lui si iscrive “senza riserve” alla categoria dei garantisti, perché “chi giura, come fanno i magistrati, sulla Costituzione o è garantista o è spergiuro”.
Il partito azzurro dunque non abbandona le sue battaglie storiche sulla giustizia, neppure dopo la sconfitta al referendum. A incominciare dalle carriere separate tra giudici e pm, una riforma che si può fare senza modificare la Costituzione sostengono Enrico Costa, capogruppo dei deputati azzurri, Gian Domenico Caiazza, presidente dell’osservatorio Giustizia Liberale della Fondazione Einaudi, e il presidente della Fondazione Luigi Einaudi Giuseppe Benedetto.
“Non abbiamo dimenticato gli oltre 12 milioni di voti che abbiamo raccolto all’ultimo referendum sulla giustizia”, sottolinea il senatore di Fi Pierantonio Zanettin. “Il fallimento in una riforma costituzionale non si può tradurre in un tabù sotto il profilo dei poteri del parlamento”, afferma il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto.
All’evento alla Camera da lui organizzato, Costa spiega: “Le proposte più populiste e meno liberali vengono spesso approvate rapidamente, mentre le riforme garantiste hanno bisogno di una lunghissima gestazione. Vogliamo dare voce a un’Italia che mette davvero la Costituzione al centro e per questo nascerà un gruppo di lavoro per elaborare un manifesto da sottoporre a tutte le forze politiche, affinché ciascuno si assuma pubblicamente la responsabilità di dire quali principi intende condividere e portare nel proprio programma”.
Per Giorgio Mulè, vicepresidente azzurro della Camera, “il garantismo non è in contrapposizione con la certezza della pena, significa rispetto dei diritti, senza mai perdere di vista altri due capisaldi fondamentali: la sicurezza dei cittadini e la certezza della pena”.
Viene presentato un sondaggio sulla giustizia di Alessandra Ghisleri, dove si rileva che la fiducia nella magistratura registra il 36,3% di giudizi favorevoli a livello nazionale, il 22,3% tra gli elettori di centrodestra e il 65,9% tra gli elettori del Campo Largo.
Alla domanda “Quando un magistrato commette un errore grave, lei ritiene che le conseguenze attuali per lui siano…”, il 65,0% degli intervistati ritiene che siano insufficienti. La percentuale sale all’81,9% tra gli elettori di centrodestra e si attesta al 45,9% tra gli elettori del Campo Largo.
“La vita del garantista in parlamento è scomoda”, insiste Costa. Il presidente dei deputati di Fi attacca l’ex Guardasigilli 5s: “Bonafede in pochi mesi di mandato ha demolito la prescrizione del reato con la sua spazzacorrotti. Dal 2021 non è più ministro, la stragrande maggioranza del parlamento si dichiara favorevole a tornare allo status quo ante. Eppure tutto resta impantanato al Senato, nonostante l’abrogazione della riforma M5S sulla prescrizione sia stata licenziata dalla Camera a gennaio 2024. Mesi e mesi nel congelatore della Commissione Giustizia. Ora basta inerzia“.
La deputata azzurra Simonetta Matone punta invece il dito su un altro problema: “Il potere di amplificazione mediatica dei processi è enorme e proprio per questo va esercitato con una straordinaria cautela. Non tutto ciò che riguarda i processi in televisione è sbagliato, ma abbiamo assistito anche a fenomeni di vera e propria mostrificazione”.
