Un instant book per spiegare, dal punto di vista dei magistrati, le ragioni del Sì al referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo. È questo l’obiettivo di “Magistrati per il Sì”, volume che raccoglie otto contributi firmati da esponenti della magistratura appartenenti a esperienze e ruoli diversi, ma uniti dalla convinzione che la riforma rappresenti un’occasione da cogliere e un passaggio di maturità per l’ordinamento.
Ad aprire il libro è la prefazione di Isabella Bertolini, componente del Consiglio Superiore della Magistratura e segretario del Comitato “Sì Riforma”. Con uno sguardo insieme professionale e istituzionale, Bertolini legge la revisione costituzionale come un intervento sull’«architettura profonda dell’ordinamento», richiamando l’esigenza di una più netta distinzione tra accusa e giudice e di una più chiara definizione delle responsabilità all’interno dell’ordine giudiziario.
Per Bertolini, separare le carriere «non significa indebolire la magistratura», ma portare a compimento la coerenza del modello processuale delineato dalla Costituzione prima e successivamente dalle riforme che hanno segnato l’evoluzione del sistema penale. Anche il tema del correntismo viene affrontato senza ambiguità: «E’ necessario governare l’autonomia attraverso regole più chiare, rafforzare l’indipendenza attraverso una più netta definizione delle responsabilità». Riformare, conclude, «non significa tradire la Costituzione, ma verificare se gli strumenti predisposti in un determinato contesto storico siano ancora idonei a realizzarne i principi».
I contributi raccolti nel volume promosso dal Comitato Sì Riforma muovono da esperienze differenti, ma convergono su alcuni nodi essenziali. Ripercorrendo il passaggio dal modello inquisitorio al sistema accusatorio introdotto con il Codice Vassalli del 1988, Giuseppe Capoccia, procuratore della Repubblica di Lecce, individua nella separazione delle carriere il completamento coerente dell’articolo 111 della Costituzione, che esige un processo fondato sul contraddittorio tra le parti davanti a un giudice terzo.
Parla di «scossone» necessario Alfonso D’Avino, procuratore della Repubblica di Parma, per dissipare il sospetto di una vicinanza strutturale tra accusa e giudice e restituire piena autorevolezza al sistema, ricordando che il nuovo articolo 104 continua a qualificare la magistratura, giudicante e requirente, come ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.
Dal punto di vista della giurisdizione di legittimità, Rosita D’Angiolella, consigliere di Cassazione, sottolinea come l’articolo 111, nel sancire il giusto processo, presupponga una netta distinzione tra chi accusa e chi giudica. In un modello accusatorio, le funzioni sono intrinsecamente differenti per responsabilità e prospettiva: distinguere anche i percorsi professionali significa rendere sistematico ciò che il processo già richiede.
Il tema dell’indipendenza interna è al centro dell’intervento di Paolo Itri, presidente di sezione della Corte tributaria di Napoli, che denuncia le degenerazioni correntizie emerse negli ultimi anni e indica nel sorteggio per la composizione dei Csm uno strumento idoneo a ridurre logiche spartitorie e pressioni associative, rafforzando l’autorevolezza dell’organo di autogoverno.
Nel perimetro dell’articolo 138 della Costituzione si colloca invece la riflessione di Ettore Manca, presidente di sezione del Tar Lecce e componente del Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa: una revisione approvata secondo le procedure previste dalla Carta, osserva, non può essere qualificata come un attacco alla democrazia.
Dalla prospettiva della magistratura onoraria interviene Raimondo Orrù, vice procuratore onorario e presidente della Federazione Magistrati Onorari di Tribunale, evidenziando come gli assetti correntizi abbiano a lungo marginalizzato una componente cui è affidata una parte significativa della domanda di giustizia e come il nuovo equilibrio possa incidere positivamente sul suo riconoscimento istituzionale.
Giacomo Rocchi, presidente della Prima Sezione penale della Corte di Cassazione, richiama la lezione di Rosario Livatino e insiste su un punto decisivo: il giudice deve essere, ma anche apparire, imparziale. La separazione delle carriere, in questa prospettiva, rafforza la percezione di terzietà senza comprimere l’autonomia del pubblico ministero.
Infine, Luigi Salvato, già procuratore generale della Corte di Cassazione, chiarisce sul piano tecnico che il nuovo articolo 104 mantiene la magistratura come ordine autonomo e indipendente, con Consigli superiori presieduti dal Presidente della Repubblica e composti in maggioranza da magistrati.
Ne emerge una lettura culturale e giuridica coerente. La riforma viene interpretata come un passaggio di trasparenza ordinamentale: separare le carriere per consolidare la piena imparzialità del giudice; intervenire sull’autogoverno per rafforzarne la credibilità; istituire un’Alta Corte disciplinare per assicurare una più netta distinzione tra responsabilità amministrativa e funzione giurisdizionale.
Il volume si inserisce così nel dibattito referendario con un’impostazione dichiaratamente costituzionale, liberale e garantista. Non un manifesto politico, ma un’argomentazione costruita sui testi e sui principi del giusto processo. Un contributo che punta a riportare il confronto sul terreno delle regole e dell’equilibrio tra poteri, offrendo ai cittadini strumenti in più per una scelta consapevole alle urne.