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Magistratura

La toga di sorveglianza vuol cambiare i padrini

La magistrata Parruti: “Credo nei percorsi interiori”

Il partito dei pm e il gioco sporco dell'opposizione

La polemica sui permessi premio concessi ai boss mafiosi si trasforma nell’ennesimo terreno di scontro politico. La sinistra chiama in causa il governo Meloni e chiede spiegazioni al ministro della Giustizia Nordio. Ma a concedere i benefici penitenziari non è il governo, bensì la magistratura di sorveglianza.

E proprio sulle valutazioni dei giudici, ben prima che esplodesse la polemica, la Commissione Antimafia aveva cercato di far luce sul fenomeno la cui portata era già evidente. A dimostrarlo è un’audizione del 13 marzo 2025 che Il Giornale ha visionato in esclusiva, durante la quale la presidente Chiara Colosimo (nella foto) aveva audito, tra gli altri, Maria Rosaria Parruti, presidente del Tribunale di sorveglianza dell’Aquila, sui criteri usati per autorizzare le uscite dei detenuti e sulle garanzie contro il ripristino dei collegamenti con la criminalità organizzata. «La società ha bisogno di gente cambiata e noi dobbiamo aiutare questo cambiamento», spiegava Parruti. Ma Colosimo chiedeva: «Da che cosa dovremmo evincere questo cambiamento?». E ancora: «Non fargli scrivere un libro o mandarlo a fare conferenze, perché questo non è un cambiamento».

Il confronto diventava più serrato quando la presidente dell’Antimafia chiedeva quali prescrizioni potessero concretamente impedire ai boss di ricostruire i rapporti con le organizzazioni mafiose. La risposta della Parruti però va oltre il terreno meramente giuridico, soprattutto quando sostiene che «se la persona non vuole cambiare non c’è prescrizione che tu possa dare, perché il cambiamento deve venire dall’interno». Parruti precisava che i permessi premio erano stati concessi esclusivamente in orari e luoghi diversi da quelli di provenienza dei detenuti. E aggiungeva: «L’efficacia non è nella prescrizione quando esci, ma nel lavoro precedente». Ma come verificare che questo cambiamento sia effettivo? Colosimo insisteva: «Questo mi è chiaro, però non capisco come viene riconosciuto questo lavoro. Basta uno psicologo?». La magistrata spiegava che a valutare i detenuti era un’équipe composta da psicologi ed educatori.

Poi il riferimento alle vittime della mafia. «Credo sia difficile da raccontare ai familiari di Livatino», osservava Colosimo, evocando il magistrato assassinato nel 1990. Quanto può essere considerato affidabile un percorso di cambiamento personale quando si tratta di uomini che hanno ricoperto ruoli di vertice nelle organizzazioni mafiose? E, soprattutto, quali strumenti consentono di escludere il rischio che un boss, una volta fuori dal carcere, torni a esercitare la propria influenza criminale? Casi come quello di Raffaele Galatolo, boss dell’Acquasanta a Palermo, tornato al centro di un’inchiesta per la presunta riorganizzazione della cosca anche durante i periodi trascorsi fuori dal carcere, dimostra quanto possano essere gravi le conseguenze di una valutazione del rischio rivelatasi insufficiente.