Non ci sta a fare da capro espiatorio Valentina Varisco, l'ex dipendente del commercialista-consulente Gian Gaetano Bellavia, accusata dal suo principale di avere lasciato lo studio portando con sé oltre un milione di file ad alta riservatezza. Ieri, nella stessa giornata in cui viene fissata la data del processo a suo carico per appropriazione indebita e accesso abusivo a sistemi informatici (prima udienza 10 luglio), la Varisco esce allo scoperto con un lungo comunicato firmato dal suo difensore Andrea Puccio. La donna esprime soddisfazione per la decisione della Procura milanese di approfondire non solo la sua posizione ma anche i temi ben più delicati emersi durante l'inchiesta, a partire dal «papello» apparso inspiegabilmente nel fascicolo a inchiesta già chiusa, con l'elenco di 104 personaggi di cui sarebbero stati accumulati dati «estremamente riservati»: l'esistenza del «documento anonimo», con anche un elenco di nomi di imprenditori e politici, «è stata rilevata - si legge nella nota - dalla difesa della dottoressa Varisco» ed è «importante, adesso, fare luce sull'ingresso di tale documento nel fascicolo del pubblico ministero».
Si tratta del documento, sottolinea il legale della Varisco, che Bellavia - consulente di molte Procure e di Report - aveva cercato di disconoscere. «È stata proprio questa difesa ad accorgersi, per prima, dell'esistenza del documento anonimo all'interno del fascicolo del Pubblico ministero». Ed essendoci avveduti della rilevante anomalia, nonché dell'estrema delicatezza delle informazioni e delle valutazioni ivi contenute abbiamo tempestivamente informato il Pubblico ministero». «Confidiamo nel fatto che l'opportuna decisione della Procura di Milano di iscrivere un nuovo procedimento penale in relazione al c.d. papello, se confermata, consenta finalmente di riuscire a far luce su questa anomala vicenda». Ieri il capogruppo al Senato di Fi Maurizio Gasparri ha inviato un esposto alla Procura «perché si decida ad aprire una vera e propria inchiesta».
E che la Procura sia decisa a capire esattamente insieme alla provenienza e al percorso del documento anche la sua autenticità è stato autorevolmente confermato nelle scorse ore. A dirigere gli accertamenti è stato designato il sostituto procuratore Eugenio Fusco, che coordina il pool specializzato in reati informatici. Toccherà a Fusco capire come trentasei pagine dal contenuto scottante si siano materializzate dal nulla non solo nella copia cartacea del fascicolo ma anche nei computer della Procura. E per trovare una risposta sarà anche capire in che modo l'appunto - chiaramente scritto da Bellavia e destinato al suo staff difensivo - sia fuoriuscito dallo studio del commercialista.
Il vero tema è: qual è la verità di Bellavia? Quella affidata a comunicati e interviste, in cui dice che nei file sparito non ci sono «dossier né alcun materiale improprio, che esuli dall'attività professionale svolta negli anni»? O quella ben diversa contenuta nel «papello» in cui parla di atti delicatissimi? Di certo, grazie alle innumerevoli consulenze affidategli dai pm, Bellavia era in grado di conoscere una mole impressionante di dati e di metterli in comunicazione: al punto che,
secondo quanto risulta al Giornale, dai vertici della Procura - già ai tempi in cui era guidata da Edmondo Bruti Liberati - erano stati sollevati apertamente dubbi sulla opportunità di una simile concentrazione di incarichi.