Allora: c’è una Camera islamica costituita in marzo a Padova (con sito internet e regolamento) che diventa un caso a ottobre, e solo per un esposto di un avvocato. Il 6 ottobre l’Adige ne ha dato notizia, poi ne hanno parlato due quotidiani nazionali, il giorno stesso un deputato di Futuro nazionale ha fatto un’interrogazione parlamentare, allora ecco il caso, poi ne hanno parlato altri quotidiani e allora si è mossa anche la procura ma beninteso, recependo l’esposto. Quindi complimenti per lo scatto atletico di giornalisti e procura: si stava solo parlando di una giustizia ispirata alla Sharia nel nostro Paese.
Il fascicolo non ha indagati né ipotesi di reato: forse in procura hanno bisogno di una mano. C’è l’articolo 347 (usurpazione di funzioni pubbliche) o il 415 (invito a disobbedire alle leggi) e poi, a peggiorare, associazioni per delinquere, violenza privata se qualcuno dovesse subire decisioni, poi articolo 629 o anche 392 e 393, volendo fare gli apocalittici c’è anche attentato alla Costituzione. Va detto che non serviva un’autorizzazione preventiva per fondare un’associazione privata: verificare i limiti della sua attività, però, magari ci sta anche, la Sharia non è ancora diventata una fonte costituzionale italiana, è un richiamo al diritto islamico: per esempio non prevede una parità delle parti (maschio e femmina) anche se il fondatore di questa Camera islamica ha già detto che escluderà il diritto di famiglia, bene, tutti contenti. Resta l’altra domanda: perché ha creato un circuito confessionale di decisioni civili, rivolto a una comunità religiosa, anziché usare il nostro? La legge italiana prevede già tutte le particolarità possibili: un prestito senza interessi per rispettare un divieto religioso, clausole commerciali con consulenza islamica eccetera. Non ci serve e non ci piace una giustizia parallela e organizzata intorno a un’appartenenza religiosa. Se è legale, non serve: c’è la nostra. Se si cercano invece deroghe alle garanzie costituzionali, a servire è il carcere. Non c’entra niente la cultura, nel caso: starebbero solo facendo i furbi. Essere riservati non significa essere clandestini: ma così facendo si potrebbe rendere meno visibile una donna indotta con minacce a rinunciare a un diritto, una testimonianza svalutata perché femminile, un pagamento imposto attraverso intimidazioni della comunità. A pensar male si fa il diritto: ecco, noi ce l’abbiamo già. L’integrazione vuole garanzie comuni: non è che possono dire che le rispettano e poi fare un circuito tutto loro.
