Finalmente un po’ di logica. La confidenza dell’esponente del Pd dà un senso alla decisione del vertice del «campo largo» di tenere le primarie all’indomani della sentenza della Consulta sulla nuova legge elettorale. È la sintesi di una conversazione che ha avuto con un giudice di quella Consulta che deciderà il destino dello Stabilicum o, se si preferisce, del Melonellum. «Sarà una sentenza autoapplicativa - è stato il nocciolo di uno scambio di idee risalente a una decina di giorni fa - e i punti cruciali potrebbero riguardare la parte dell’indicazione del premier nella disposizione sanzionatoria che prevede l’esclusione dalle elezioni delle liste per chi non lo fa. Una sanzione che potrebbe essere considerata sproporzionata rispetto a un adempimento che riguarda una carica la cui nomina spetta costituzionalmente al Capo dello Stato. Poi ci sono i dubbi sul premio su base nazionale del Senato che la Carta prevede su base regionale. E su altre questioni meno strutturali». Sono parole che hanno suscitato speranze a sinistra. E in questo quadro appare più comprensibile il tormento di Schlein, Conte e compagni sulla data delle primarie che dall’ipotesi di metà marzo, le Idi di marzo, è stata anticipata a fine febbraio, a Carnevale. Un anticipo timido e rischioso se si pensa che tutti ormai sono convinti che la data delle prossime elezioni sarà fissata in una domenica di maggio. Nella scelta pesano le differenze di valutazioni che nel «campo» si azzardano sull’orientamento della Corte. Gli uomini di Giuseppe Conte non ci puntano molto. Qualche settimana fa nel backstage di Porta a Porta Ettore Licheri, già capogruppo grillino al Senato, confidava: «Abbiamo avuto interlocuzioni con qualcuno dentro la Corte e non pensiamo che sull’indicazione del premier la Consulta farà rilievi di peso». Diversa, invece, è l’aria che si respira nel Pd che ha messo in piedi una montagna di ricorsi. «Sarebbe clamoroso - osserva Dario Parrini - se la Consulta accettasse una legge che prevede la ricusazione delle liste che non indicano il premier. Verrebbe penalizzato chi è più in linea con il dettato costituzionale rispetto a chi adotta una forma surrettizia di premierato per legge ordinaria. Sarebbero ricusate le liste che decidono di pagare un prezzo politico, perché non indicare il nome potrebbe prevederlo, per rispettare le prerogative del Capo dello Stato. Un’enormità». La questione non è di poco conto visto che è alla base di due strategie diverse. Senza sanzioni, infatti, le tante anime del campo largo potrebbero essere tentate di andare avanti senza un’indicazione, giocando la partita sul rispetto dello spirito della Carta. In fondo Conte ha proposto per la coalizione il nome «Alleanza per la Costituzione», immaginando uno schema simile se non identico a quello usato per battere il governo nel referendum sulla giustizia. Un’opzione che ha molti «pro»: evita che le primarie provochino rancori tra alleati; punta su una campagna di argomenti generici, magari retorici ma ben sperimentati che nasconderebbero le divisioni della coalizione (vedi Ucraina); offre una strada percorribile per chi - proprio come il leader grillino - non è convinto che il nome del candidato più probabile del campo largo (Elly Schlein) «sia performante» nella competizione con la Meloni. C’è un unico «contro» di non poco conto: avremmo da una parte una coalizione che dimostra la sua compattezza nell’indicazione di un candidato Premier e un’altra che come candidato addotta «la difesa della Costituzione». «Al punto a cui sono giunte le cose - spiegava la settimana scorsa Fratoianni, che non ha mai avuto una grande passione per le primarie - è difficile sottrarsi al duello fra nomi». Solo che il rebus è tutt’altro che risolto come dimostra quella frase pronunciata dalla Schlein all’assemblea nazionale del Pd: «Sarò candidata alla presidenza del consiglio, con o senza primarie». Forse l’ironia di qualche giorno fa di Paolo Mieli ha colto nel segno: «Le primarie del campo largo si faranno dopo le elezioni».

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