Youssef Siher sceglie la via del silenzio. I suoi legali tagliano corto sul terrorismo: «Accusa assurda». Il trentenne ricercatore, giornalista e attivista Propal, ritenuto l’ideatore della pagina Instagram «Milano 17 ottobre» e della chat Telegram collegata, non risponde alle domande della giudice nell’udienza di convalida del fermo a San Vittore. Gli avvocati gli fanno da scudo anche davanti ai giornalisti assiepati di fronte al carcere milanese. Non dicono nulla su ideologia, motivazioni, ragioni del loro assistito. Non intendono fare proclami per interposta persona. «Noi ci siamo soffermati sulle esigenze cautelari. Sul perché abbia agito in un certo modo, sempre che sia stato lui il responsabile di alcune condotte, riferirà lui stesso», le parole dei difensori Yasmina Abu Sharar e Benedetto Ciccarone. È sulla base degli atti finora emersi che la gip Tiziana Landoni si esprimerà oggi. Le strade sono tenere in cella il giovane come chiede la procura, o scarcerarlo, magari con una misura meno afflittiva come i domiciliari. Grazie a una rete di contatti, la sua vicinanza con il mondo del movimentismo e dell’antagonismo, le skills informatiche, la capacità già manifestata di rendersi irreperibile, il suo background culturale, potrebbe a parere della procura fuggire o ripetere gli stessi reati. Peserebbe anche il suo essere «figura di spicco del movimentismo»: esponente dei Giovani palestinesi, come la moglie (indagata a piede libero) è anche presidente dell’associazione «Alba nascente» ritenuta «prossima alla prassi dei Fratelli musulmani». E sono in corso verifiche a Genova su eventuali contatti con gli indagati per i finanziamenti ad Hamas. La decisione di oggi non avrà un significato solo giuridico, perché stabilirà se l’impianto accusatorio regge e cioè se le condotte di Siher rientrano dentro il cappello dell’istigazione a delinquere finalizzata al terrorismo e del nuovo reato di violenza organizzato nei cortei. Le sue azioni, spiegano gli stessi pm, si inseriscono infatti dentro un «fenomeno nuovo». Gruppi eterogenei, per estrazione sociale, età, idee politiche, che scendono in piazza per i motivi più disparati. L’idea di fondo degli investigatori è che personaggi come Siher riescano, con un combinato disposto di strategia social, comunicati, proclami e manifesti pigliatutto, a guidare le masse verso il caos. In questo contesto, si inseriscono le 150 perquisizioni di sabato nell’ambito di un’inchiesta della Digos di Monza e Brianza rispetto ai disordini del 17 ottobre. Anche qui, hanno un grosso rilievo le chat, capaci di aggregare persone, in questo caso giovanissimi. «Non indossate subito i passamontagna, altrimenti ci fermano prima», è il messaggio di un minorenne individuato dalla Digos della Questura brianzola. Partecipava a una chat, con 230 partecipanti, su cui i messaggi erano tutti contro la polizia e di questo tenore: «Rubiamogli le armi», «Prendiamone uno, lo picchiamo e gli leviamo l’arma di dosso», «rompiamo un’altra macchina dei carabinieri e la guidiamo». Nel corso delle perquisizioni, a casa sua e in quelle di altri coetanei, è stato trovato di tutto: coltelli a serramanico e a farfalla, tirapugni, uno sfollagente telescopico, due scacciacani prive del prescritto tappo rosso e un frangivetro, e persino un’accetta con incisa sulla lama la sigla anti-polizia «1312» (Acab). Intanto, sulla partecipazione di Siher all’iniziativa «European Student Assembly» a Strasburgo nel 2022 rivelata dal Giornale, è stata presentata e sottoscritta dalla delegazione Fdi un’interrogazione alla Commissione europea a prima firma Stefano Cavedagna e Carlo Fidanza. Chiede delucidazioni su eventuali finanziamenti o rimborsi, su che tipo di rilevanza abbia avuto il percorso a cui avrebbe partecipato e a quali procedure di selezione abbia partecipato e a quale titolo.
