Il punto di partenza per qualsiasi ragionamento su un'epoca maranza potrebbe essere il finale del monologo che apre il film L'odio di Mathieu Kassovitz: "Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio". Dal 1995 quando venne girato il film, che raccontava la rabbia delle banlieue parigine, ad oggi il volo è finito e siamo all'atterraggio. Non solo in Francia ma anche in Italia. I giornali si sono riempiti in Italia di articoli che citano continuamente una parola: "maranza". Attenzione non serve a gran che fare lavoro etimologico o filologico. In molti vi diranno che la prima volta la parola venne ufficialmente usata in una canzone di Jovanotti, Il capo della banda del 1988. Il senso del termine risorto nello slang negli anni del Covid è diventato tutt'altro. E alla fine un altro etimo che vorrebbe la crasi tra "marocchino" e "ranza" che nello slang meneghino indica il piccolo ladro (da "falce", chi ti taglia la tasca per il portafoglio) non ci porta molto più lontano. Ora indica rabbia giovanile ma coatta, tuta fluo, zoccolo con i calzini ma cappellino Prada, musica a tutto volume e baby gang. Con una certa prevalenza di giovani immigrati di seconda generazione integratisi solo con il peggio che potevamo offrire. Peggio che ci viene restituito a risse e coltellate, mentre il meglio che l'Italia potrebbe dare, e non è poco, ci viene risputato in faccia. Con un progetto politico? Forse sì ma senza una coerenza, al massimo dallo sbando e la rabbia si passa al rifiuto totale e alla radicalizzazione islamica, che è tutto l'opposto dell'anarchismo rap.
Però, in questo momento, questo fenomeno fluido si è trasformato in tema sociologico con il proliferare, nell'ultimo paio d'anni, di saggi che recentemente ha censito Andrea Venanzoni sul Tempo. In molti di questi il punto di partenza sembra essere una sorta di appropriazione del "maranza" a sinistra. Un buon esempio può essere il titolo: Maranza di tutto il mondo unitevi (DeriveApprodi) dell'attivista francoalgerina Houria Bouteldja. Il titolo originale è Beaufs et barbares : Le pari du nous, evoca i barbari delle Banlieue e i bifolchi (come a sinistra in Francia sono guardati i gilet gialli) li identifica come le principali vittime di uno Stato che continua a ragionare su base razziale. Li vorrebbe come potenziali alleati per la creazione di una nuova classe proletaria che dovrebbe sovvertire le dinamiche del capitalismo. Come si vede l'aggiunta di maranza nel titolo è un po' una furbata, per spostare nel contesto anche l'Italia. Però è evocativa. Il principale pregio del libro è analizzare la situazione francese dove la presenza di immigrati di seconda generazione e un fenomeno più stratificato e dove il livello di violenza più ampio. Il marxismo dell'analisi molto di maniera. Per Marx la classe non aveva base etnica. E non è difficile immaginare che un marxista vecchio stile avrebbe f etichettato il maranza come una forma più artistica ma altrettanto priva di coscienza del lumpenproletariat.
Più interessante da questo punto di vista La periferia vi guarda con Odio (Agenzia X) di Gabriel Serrousi, sottotitolo Come nasce la fobia dei maranza. È centrato sull'Italia. Prende atto della connotazione etnica del termine maranza e la spiega. Prende anche atto che c'è una sorta di autorappresentazione, in molti casi per opposizione delle periferie. Si va dalla mitizzazione del successo di rapper che "ce l'hanno fatta" alla presa alla lettera di comportamenti machisti e aggressivi del rap più duro. Prende anche atto che il fenomeno maranza in Italia prende rapidamente piede dopo il Covid, pandemia che ha avuto effetti di sfascio su molti adolescenti, soprattutto i meno integrati, La violenza non è negata ma ovviamente inserita dentro una dinamica sociale che parte dal basso e che la cultura ufficiale ignora. In realtà un bel pezzo della cultura ufficiale, a partire dai giornali, il termine maranza lo ha adottato al volo, tanto che è finito nel libro dell'anno Treccani 2025. Certo quanto a comprensione del fenomeno... Ha ragione Serrousi, si è letto di nazimaranza, maranza di destra, maranza di sinistra, Propalmaranza (l'unico ambito in cui per ragioni di provenienza etnica una qualche identificazione è possibile), mancano i liberalmaranza ma è questione di tempo... Però il libro di Serrousi enfatizza moltissimo il lato cultural-rap del fenomeno. E ovviamente enfatizza la chiave di rivalsa: "Si può quindi dire che la figura del maranza incarni due delle categorie sociali più temute dalla maggior parte degli italiani: i giovani e le persone non bianche. Non è un caso che queste paure si siano palesate... quando, per la prima volta in Italia, sono emersi i bisogni, gli interessi e le ambizioni delle cosiddette seconde generazioni. Se prima erano poche le figure pubbliche italiane non bianche, oggi, soprattutto attraverso la musica, sono avvenuti i primi segnali di un processo di empowerment...". Tema non molto diverso da quello esplicitato in un altro saggio Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza (DeriveApprodi) del sociologo Tommaso Sarti.
Poi può capitare a Milano, è capitato allo scrivente, di salire sull'autobus numero 45 e assistere all'ingresso di quattro maranza (il fenotipo perfetto con mix di italianitudine e origini nordafricane) nel retro del mezzo con la musica a palla, le tute gold e tutto il resto.
E di vedere due ragazzine col velo che frequentano la vicina scuola superiore (studiare è empowerment), darsi alla fuga dicendo: "Ma tutti i giorni così?". Il problema è l'atterraggio non la caduta. Con buona pace dei sociologi e affini (soprattutto affini).