Le mattane della Lega azzoppano il Cav

I rigurgiti anti italiani dei lumbàrd minano il governo e sono sempre più insopportabili per gli elettori Pdl I continui richiami alla secessione rendono poco credibili anche provvedimenti sacrosanti come il federalismo

Adesso si accoda anche la Lega al cupio dissolvi del centrodestra. Come non bastassero le faide tra cacicchi del Pdl e la stanca del governo, pure i leghisti ne sparano una al giorno.

Attenti: è nella crisi che tornano a galla i punti deboli di una compagine, trascurati finché il vento è in poppa. Se il Cav indugia sugli obiettivi per cui è eletto, inevitabilmente risuscita i dubbi sul premier-imprenditore, l’età che avanza e arzigogoli vari. All’odore del sangue, gli sgambetti si infittiscono.

Da qualche tempo, incautamente, i bossiani esagerano in atteggiamenti che danno ai nervi al grosso degli elettori e alla totalità del Pdl. Così indeboliscono il Cav - che è il loro garante agli occhi degli altri italiani - e fanno riemergere il peccato originale dei «padani».
La Lega ha uomini ottimi. Roberto Maroni è un eccellente ministro dell’Interno. Luca Zaia, all’Agricoltura, è stato fattivo e dinamico. Roberto Cota e lo stesso Zaia sono guide credibili del Piemonte e del Veneto. Numerosi sindaci competenti hanno migliorato le loro città e le condizioni - checché si favoleggi di razzismo - degli immigrati.
La Lega ha però un’anomalia: l’anti italianità dichiarata. Se la tiene a freno, ci si passa sopra. Se sbrocca, si isola. Motivi di sospetto ci sono e farebbe bene a non alimentarli. Il principale è che la ragion d’essere della Lega è la secessione. Pochi ricordano che l’art. 1 dello Statuto del partito stabilisce che il suo scopo è «il conseguimento dell’indipendenza della Padania e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica federale indipendente e sovrana». Con un’aggiunta: ci si dovrà arrivare, bontà loro, con «metodi democratici». Inciso di bell’aspetto ma ambiguo essendo inimmaginabile una serena modifica della Costituzione in senso secessionista. La Carta recita infatti: «La Repubblica è una e indivisibile» (art. 5). Lo Statuto è perciò contro la Costituzione e, vagliato giuridicamente, risulterebbe incostituzionale. Ossia, nullo. In sostanza, l’indipendenza di cui favoleggiano Bossi e i suoi non avverrebbe né democraticamente, né pacificamente. Lo scenario è invece di guerra: ribellione interna, intervento internazionale e imposizione alla Repubblica italiana di un referendum per l’autodeterminazione del Nord. A questo siamo.

Lo Statuto non risale ai tempi eroici del padanismo ma al 2002 quando la Lega, col Berlusconi II e III, era già al governo del Paese. Inoltre, prefigura un separatismo esteso a Toscana, Umbria e Marche che - sempre statutariamente (art. 2) - sono considerate zone di interesse leghista. La situazione è inedita per un partito nazionale. Tutto finora è andato liscio per la tendenza a considerare un colpo di sole il secessionismo leghista. Un misto di appisolamento collettivo dovuto alla perdita di spirito risorgimentale degli italiani e quieto vivere. Resta che la finalità di staccarsi dal Paese è lì, nero su bianco. È già successo nella storia europea che si sia pigramente ignorato un programma politico sotto gli occhi di tutti, salvo versare lacrime di coccodrillo quando i suoi fautori lo hanno realizzato.

Con questo scheletro nell’armadio, ogni gesto della Lega suscita diffidenza. A cominciare dal federalismo. Difficile, date le velleità indipendentiste, non considerarlo un prodromo della secessione. Il federalismo ha due facce: può aggregare un Paese ancora disunito (Usa, Germania, ecc.); ma se già è unito - come il nostro - disaggrega. Di qui, la resistenza di molti alla devolution con le scuse più varie, a partire dai costi.

Non migliorano il clima le continue battute anti italiane dei più disparati leghisti. L’ex ministro Castelli, oggi sottosegretario, ha detto nei giorni scorsi che senza federalismo si va dritti alla secessione. Fantastico per un componente del governo nazionale! E che dire dell’euforia dei bossiani per il voto con cui i fiamminghi belgi hanno posto le basi per il distacco da Bruxelles, quasi fosse di buon augurio per quello dei padani da Roma? O per la sconfitta calcistica con la Slovacchia - che 15 anni fa uscì dalla Cecoslovacchia e che Bossi perciò considera sorella - perché così l’Italia ha toccato con mano una realtà secessionista? Per tacere del tifo contro la nazionale del pubere Bossi jr, detto il Trota per l’insipienza, e quello a favore del Paraguay contro i Cannavaro & co. del trota quasi quarantenne, Matteo Salvini, lo stesso dell’oscena canzonetta, «senti che odore, scappano anche i cani, sono arrivati i napoletani», paternamente difeso dall’Umberto con l’indulgente: «Tutte str... zate».
Bossi sostiene di difendere le ragioni del Nord dallo sfruttamento romano e meridionale. Ma con questi modi, in realtà, inocula in cittadini desiderosi solo di più equilibrio il virus della diffidenza e dell’odio per Roma e il governo di cui lui stesso è parte. Una cosa, infatti, è chiara: la campagna travolge anche il Cav e mira a togliergli il consenso nordista per consegnarlo alla Lega.

Non si spiega in altro modo, se no, l’assurda allusione bossiana alla possibilità che la nazionale potesse corrompere la Slovacchia per accedere agli ottavi. Fin qui non ci eravamo ancora arrivati: un ministro della Repubblica che, rivolto al mondo intero, addita l’Italia berlusconiana come una fogna a cielo aperto. Su questo giornale abbiamo spesso pizzicato gli intellettuali di sinistra che sfogano all’estero le loro paturnie diffamando il Paese oppresso dal Cav. Ora, senza nemmeno muoversi, ha fatto lo stesso un membro del suo governo, legittimando di fatto le idiozie dei biliosi professionali, gli Eco, i Tabucchi, i Vattimo, ecc. Vent’anni fa, per molto meno, fu messo in croce Massino Severo Giannini, ministro socialista del primo governo Cossiga. Aveva detto che nella politica italiana circolavano «sporca demagogia» e tanto «qualunquismo». Dal Colle, Pertini - che pure era suo compagno di partito - ne chiese le dimissioni e tutti i gruppi parlamentari fecero indignate interrogazioni evocando il reato di «notizie false e tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico». Stavolta invece - sempre per quell’alone di mattachionità che aleggia sull’Umberto - silenzio generale a cominciare dal Cav, che avrebbe dovuto reagire per primo.

Così, a furia di farsi passare per un pirla innocuo, Bossi mina l’Italia e, se non si calma, prepara l’incendio.

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