La memoria nel Castello

(...) Il 2010 vede protagonista con la sua prima personale in Italia il giapponese Takashi Homma (Tokyo, 1962) già autore del volume «Tokyo Suburbia» ricognizione del territorio attraverso quanto di più cristallino conserva: il paesaggio più o meno plasmato dall'antropizzazione e i suoi piccoli abitanti. Ospitato a Rapallo durante l'estate Homma ha declinato questo sistema d'indagine binario incontrando undici mogli e madri rimaste sole, vedove: «Widows» è il titolo della ricerca raccolta in un volume di cui in mostra è presente una selezione di opere. Donne di età e trascorsi differenti accomunate da una perdita che le ha lasciate testimoni di un passato scandito da abitudini, compagnia e parole che si sono fatte silenzio. Il ricordo si fa dettaglio, abito e calore, aprendo le soglie di una memoria, memoria che si fa storia, nella sezione dedicata ai giovani «Open Space», con Giorgio Barbera che ritorna sui luoghi delle battaglie risorgimentali per verificarne la capacità di serbare il ricordo tragico . Trasmuta, invece, in un affresco quasi oltre la soglia del reale l'Etna di Laura Cantarella, dove il magma diventato crosta, tabula rasa, ha risparmiato solo il tetto di una casa, mentre con Martina Della Valle la sopravvivenza è letta con un maestro di origami di Onomichi, distretto di Hiroshima. La memoria più personale può trascendere in poema collettivo come svelano i bambini appena venuti alla luce di Luigi Cariglio, l'installazione costruita tra fotografie e racconti di famiglia intorno a un matrimonio da Enza Di Vinci o gli estratti dei saggi di danza di Moira Ricci, che riflette sulla mancata soddisfazione delle aspirazioni della madre. Tema collettivo che afferma come non sia meno doloroso affrontare i propri demoni attraverso l'altro, sia questo pure l'insieme di più persone anonime, come nei collages di Mirko Smerdel. Perché se ancora resta un residuo di fiducia nella veridicità dell'immagine, la verità è spesso altrove, nel suo essere effetto collaterale, approdo e inizio.
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