Mezzo colpo di fulmine per quindici romanzi

Il primo incontro fu nel 1981. Per Siri, passione istantanea. A Paul servirono dieci minuti...

Serendipity. Gli anglosassoni usano molto spesso questa parola. La serendipità è la musica del caso, o meglio, il momento in cui questa musica diventa un allegrissimo. Quando gli indovini predicono il futuro, tre sono le questioni sulle quali si vuole di solito essere illuminati, su cui si vuole che la serendipità diffonda la sua armonia più celestiale: denaro, amore, lavoro.
«A cavallo dei trent’anni, vissi un periodo in cui tutto quello che toccavo si trasformava in fallimento. Il mio matrimonio si concluse con un divorzio, il mio lavoro di scrittore andò a picco, e mi ritrovai assillato dai problemi finanziari» scrive Paul Auster in Sbarcare il lunario, «cronaca di un iniziale fallimento» in cui l’autore della Trilogia di New York racconta l’io diviso di chi ha bisogno di soldi per vivere ma nello stesso tempo sente che se vivesse senza scrivere potrebbe anche morire. Il 1979 è l’anno della crisi: Paul Auster avrebbe avuto bisogno di molto denaro, felicità in amore, successo nel lavoro. E l’avrà, poco più di un anno dopo, quando la sua serendipità si manifesta, incarnata in Siri Hustvedt.
Il 23 febbraio 1981 Auster teneva un reading poetico nella 92ª strada, a New York, quando vide per la prima volta quella donna molto alta, molto bionda, la stessa che ha immortalato poi in Leviatano nel suo specchio onomastico Iris. Il 23 febbraio 1981, giorno in cui «per Siri fu amore a prima vista» dice Auster, «ma non per me: io ad accorgermene ci misi almeno dieci minuti», tutte e tre le strade hanno preso la stessa armonica direzione e Siri-Iris è diventata «il mio lieto fine»: il 16 giugno 1982, Bloomsday dell’Ulisse di Joyce, Paul Auster e Siri Hustvedt si sono sposati. That’s serendipity, folks.
Naturalmente, dopo oltre vent’anni di matrimonio, la critica è alla ricerca costante della «literary connection» tra i due. «Diciamo che se il romanzo contemporaneo fosse una città, io e Paul vivremmo nello stesso quartiere, ma non nella stessa casa» risponde Hustvedt per tutti e due. I dettagli della vita quotidiana e la fascinazione per l’erotismo, peculiari dei romanzi di Siri, parrebbero darle ragione. Eppure entrambi si concentrano sul problema dell’identità; entrambi, forse per gratitudine alla serendipità, hanno eletto il caso e la sua musica a padrone assoluto dei loro plot; entrambi amano prendere spunto, e spesso più che spunto, da fatti realmente accaduti nella loro vita comune o nel passato di ciascuno, oltre che inserirsi nelle proprie opere, a volte di sguincio, come fanno certi registi o certi pittori rinascimentali, a volte in modo così pesante da far sospettare la catarsi tramite scrittura.
I libri di Auster sono costellati di chiavi note al milieu letterario americano e soprattutto alla cerchia di amici degli Auster, che comprendono Don DeLillo, cui è dedicato Leviatano, Peter Carey, David Grossmann, Jonathan Safran Foer, Salman Rushdie, anche se «non viviamo in una bolla letteraria, abbiamo anche amici che non scrivono», tiene a precisare Siri. I due film di cui Auster ha firmato la sceneggiatura dieci anni fa (ora ha appena terminato quella del remake di Monsieur Hire per Patrice Leconte e del suo secondo da regista, The inner life of Martin Frost, con un ruolo per sua figlia Sophie), Smoke e Blue in the face, si rifanno alla figura del tabaccaio dove Auster comprò per anni i suoi noti piccoli, profumati sigari olandesi.
Ma anche Siri si infila nei suoi romanzi. Come il personaggio principale del suo secondo libro, Lily Dahl, è cresciuta in una piccola città, Northfield, nel Minnesota. E l’episodio chiave del romanzo, il suicidio di Martin Petersen, è vita vissuta: Lili-Siri era una giovanissima cameriera dell’Ideal Café quando un giovane entrò, mangiò la colazione, poi estrasse una pistola e si uccise. Il Bill Wechsler di Quello che ho amato, ultimo romanzo della Hustvedt, dedicato «A Paul Auster», è chiaramente ispirato al marito e la figura del giovane Mark, bugiardo patologico e perverso trasgressore, «incarna» dolorosamente quella di Daniel, il figlio che Auster ha avuto dalla prima moglie Lydia Davis, anch’essa oggi scrittrice di notevole successo negli Stati Uniti.
Nel 1998 un Daniel ventenne fu coinvolto nell’omicidio poi narrato nel film di Macaulay Culkin Party Monster: il giovanissimo Michael Alig, fece a pezzi il corpo del trafficante di stupefacenti Andre «Angel» Melendez, dopo avergli fatto ingerire dell’acido, e lo gettò nel fiume. Daniel fu arrestato e giudicato colpevole di furto a Melendez e confessò di trovarsi nell’appartamento quando avvenne il delitto. Auster non parla mai dell’evento e si irrita quando si accenna agli autobiografismi di Quello che ho amato, ma anche lui non ha rinunciato a metamorfizzarlo in un romanzo: ne La notte dell’oracolo il personaggio di Trause (anagramma di Auster) che ha un figlio tossicodipendente che aggredisce la moglie del protagonista.
«Contrariamente a quel che la gente pensa - dichiara Auster - non è affatto un problema per due scrittori vivere insieme, anzi. Noi ci capiamo. Sappiamo che cosa attraversa l’altro mentre lavora e abbiamo sempre a disposizione nell’altro un lettore affidabile. Non c’è rivalità, né gelosia, ma soltanto sincera ammirazione». La loro casa a Brooklyn, sulla collina di Park Slope, il quartiere più bello e silenzioso della città, con viali alberati, edifici di mattoni rosso scuro e l’atmosfera discreta dei piccoli giardini e delle belle auto europee parcheggiate sotto gli alberi sempre in fiore a maggio, riflette Siri, e il suo carattere scandinavo: le finestre ampie, l’ordine maniacale, la grande sala da pranzo con il camino, il grande tavolo rosso laccato, i pochi quadri alle pareti, tra cui le piccole tele a olio, opera di un amico artista del Village, che raffigurano la vecchia Olivetti «Lettera 22» su cui Auster non ha mai smesso di scrivere.
Lei scrive in questa casa, cinque giorni a settimana, dalle otto e mezza alle tre. «Rivedo i manoscritti continuamente, istericamente», dice. «Mi ci vogliono anni per trovare la storia. È come precipitare, sempre più giù, e sempre più vicino a qualcosa di misterioso e innominabile». Lui, invece, ha uno studio che raggiunge a piedi, dove scrive anche tutti i giorni, per almeno sei ore al giorno. Lì dimentica dove si trova e procede «molto lentamente, con la mia penna, pagina dopo pagina, riscrivendo ogni paragrafo finché mi sento veramente soddisfatto. A quel punto le trascrivo sulla mia vecchia macchina per scrivere» come dichiara in Le trame della scrittura, l’intervista con Matteo Bettinelli uscita in questi giorni per Casagrande.
Una certa volitività di stampo protestante sembra governare la vita di Siri Hustvedt. Sarà perché è cresciuta insieme a una schiera di donne nordiche, all’interno di una comunità religiosa molto forte, à la Von Trier, per intenderci, «in cui le persone erano abituate ad accettare le cose terribili che accadono nel mondo». È determinata e dal passo lento e ne va fiera. Il suo primo romanzo, La benda sugli occhi, le è costato, come il secondo, quattro anni di fatiche: «Paul ha un passo diverso, più o meno un libro ogni due anni. È molto prolifico». Risultato: lui, da quando si sono conosciuti, ha scritto dodici romanzi (e svariati saggi, e le liriche del cd in cui canta la figlia Sophie), lei tre. È al lavoro sul quarto, sul tema che più le interessa ora, l’immigrazione, ma prevede che non ci metterà meno di una diecina d’anni.
Un certo fatalismo di stampo ebraico sembra governare la vita di Auster, invece. Il suo amore per la scrittura e per i libri nasce a dieci anni in una soffitta di Newark, la sua città natale, la stessa di Philip Roth e di Nick Tosches, dove scopre numerose casse di libri lasciate dallo zio girovago Allen Mandlebaum, traduttore di Omero, Virgilio, Dante in inglese. E sempre il caso lo tiene fuori dai guai, negli anni caldi della contestazione universitaria: in Sbarcare il lunario racconta di quell’estate del 1969 in cui, in un ufficio postale del Massachusetts vede, mentre è in coda, i manifesti dei dieci uomini più ricercati dall’Fbi e scopre che ne conosce sette. Partecipava alle marce di protesta degli studenti della Democratic Society, è stato arrestato e preso a calci dai poliziotti, alcuni amici si sono uniti agli Weathermen, un’organizzazione terrorista hippie, uno di loro rimane ucciso durante un attentato dinamitardo. Avrebbe potuto accadere a lui. Ma alla fine, tra le bombe e la letteratura, ha vinto la letteratura. That’s serendipity, folks.

Questo articolo chiude la serie che abbiamo dedicato alle coppie di scrittori. Le precedenti coppie sono state: Manganelli-Merini (uscito il 4 agosto); Calasso-Jaeggy (11 agosto); Carver-Gallagher (18 agosto); Safran Foer-Krauss (25 agosto).

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