"La mia carriera al Moma? Ho risposto a un annuncio"

Dirige la sezione Design e architettura del museo newyorkese. Ma non ha perso i legami con Milano: "Dopo il virus è ancor di più un modello"

Paola Antonelli, classe 1963, è una delle voci più autorevoli in tema di design, e più in generale una figura di spicco nel panorama culturale internazionale. Milanese, dal 1994 è ai vertici del MoMa di New York come Curatrice del dipartimento di Design e Architettura e come Direttore ricerca e sviluppo dell'intero museo. Attraverso mostre, libri, attività didattica, presenza nei congressi che contano, forte del marchio MoMa, si batte per una comprensione più ampia del concetto di design, come disciplina universale e filosofica. La mente va alla recente Broken Nature alla Triennale di Milano (281.421 visitatori), mostra ideata per ricucire il legame spezzato con la natura e per riflettere «su che cosa può fare il Design per ristabilire legami e costruirne dei nuovi», dice Antonelli, piacevolmente schietta, interessante combinazione tra pragmatismo newyorchese e meneghino.

Milano, appunto. Da milanese a New York, come vive il cataclisma che ha investito la città e l'Italia?

«Da qui si guarda all'Italia come a un esempio. Come a un'avanguardia dell'Occidente nella lotta contro il virus. C'è un misto di compassione, stupore e senso di vicinanza. L'impegno dei medici e la resistenza del sistema sanitario in circostanze più che straordinarie sono un modello a livello internazionale».

E voi, al MoMa che strategie applicate in questa fase d'emergenza?

«Comunichiamo con la nostra estesa comunità attraverso il sito web e i programmi online».

Parliamo di design. Che non è solo fisico, industriale e del mobile. Giusto?

«C'è un design digitale e immateriale che tra l'altro potrebbe essere comunicato insieme a quello materiale. Compreso il design dell'informazione e della comunicazione. Per capirsi, quello che una volta si chiamava grafica e che oggi va oltre la grafica pura e che abbraccia siti, mondi e interfacce digitali».

A partire dalla schermata del telefonino?

«Appunto. Qui l'interfaccia viene ideata da designer che decidono gerarchie, forma e contenuti delle icone. È un design complesso che ha a che fare con la nostra relazione con le macchine ed è di solito è mediata da uno schermo. Pensiamo al bancomat, anche qui entra in campo il design dell'interfaccia. La gente non ci pensa, ma sono tutte disegnate e tutte importantissime».

Cosa è, dunque, il design?

«È la più alta forma dell'ingegno umano. È tutto ciò che ci circonda. Mi piacerebbe che la gente comprendesse che è molto più che una bella sedia».

Ha dichiarato che da piccola era più a suo agio con gli oggetti che con le persone. Oggi?

«Oggi è ancora così. Mi sento bene su una barca a vela per conto mio o in metropolitana circondata da persone ma con le quali non devo per forza avere un contatto. Lo dico in tutta sincerità. Mi sottopongo a micro-violenze quando devo parlare con qualcuno. Per me non è mai stata una cosa semplice».

Quali sono gli oggetti che più di tutti la ispirano?

«Negli oggetti mi perdo letteralmente. Non ce n'è uno in particolare che mi attragga più di altri, possono anche essere oggetti estremamente banali. Ormai sono allenata a chiedermi chi li ha ideati e poi prodotti, di che materiale son fatti. Se tu sei allenato a pensare come vengono fatte le cose, di colpo ti accadono delle epifanie che io vorrei condividere, per questo cerco di parlare di design al pubblico. C'è un universo in qualsiasi oggetto. Qui in ufficio per esempio ho una poltrona sacco, che è poi il mio mobile preferito. Io mi perdo nell'indagare dove sono le suture, chiedendomi quale sia la tipologia di materiale o la provenienza».

Qui sta per MoMa, dove arrivò nel 1994. È vero che tutto partì con un annuncio?

«Proprio così. Prima di quell'incarico ero impegnata in tante cose. Insegnavo a Los Angeles per un quadrimestre o semestre all'anno, facendo la spola fra la California e Milano. E poiché non c'erano voli diretti, mi fermavo a New York così ne approfittavo per raccogliere interviste e realizzare servizi per le riviste Domus e Abitare. Insegnavo, scrivevo e facevo curatele come freelance. Poi vidi l'annuncio per un posto al MoMa, mandai subito la mia candidatura. Già conoscevo i curatori del Moma, ma in veste di giornalista, tant'è che si sorpresero della mia domanda. Ci fu il colloquio e venni assunta. Ed eccomi qua».

Come si vede nei prossimi dieci anni?

«Io non faccio mai programmi del tipo: sarò qui o sarò là. Preferisco pensare ai progetti. Il MoMa mi ha sempre supportato, anche se alcune proposte sono state rifiutate. Essere al Moma mi ha consentito di sviluppare progetti anche al di fuori del suo ambito. In sintesi non so dove sarò entro il 2030, ma so cosa vorrei fare. Non ho un sentiero preciso, ma vari vettori».

Accennava alle proposte respinte. Sappiamo che lei non si arrende facilmente. Anzi: rilancia.

«È stato il caso di Broken Nature. Avevo proposto questa mostra nel 2013 al MoMa, e mi dissero di no. Però la tenni lì, dopotutto Broken Nature non era una collezione di oggetti precisi, ma un'idea che s'è ulteriormente sviluppata nel tempo. Col senno di poi, è stato un bene che il MoMa non l'abbia accolta, perché con gli anni quel progetto si è via via arricchito fino all'esordio del 2019».

Come la mettiamo con la pressione dei ritmi newyorchesi,, naturalmente ante-Covid? Riesce ancora a reggerli dopo 25 anni non-stop?

«A volte sono un po' duri. L'importante è avere una tana, un nido in cui rifugiarsi. È difficile avere silenzio e quiete, ma ci sono pur sempre le cuffiette. New York dà tanto prendendosi molto. Si parte al mattino con la palestra per darsi energia, è l'inizio di una giornata intensa. Eppure la sera, distrutti, si vuole ancora andar fuori. È tutto fuorché una vita tranquilla, ma è molto stimolante. Ogni tanto però staccare non mi dispiace».

E rientra in Italia.

«A Milano, dai miei. In più abbiamo anche una casa a Brivio dove in genere si festeggia il Natale».

Com'è Milano agli occhi di una newyorchese? Come la percepite al di là dell'Oceano?

«Il bello di Milano è il dinamismo. Il punto è che sono diversi i ritmi. Per esempio, mi risulta assolutamente normale cucinare a Milano, qui a New York invece no. Mancano quelle piccole cose che innescano un determinato ritmo e momenti d'arresto. Già il fatto di andare dal panettiere rallenta il ritmo, crea una pausa, mentre qui a New York non vai a comprare il pane semplicemente perché non c'è un panettiere. A Milano ti fermi a prendere un caffè, a New York no perché l'alternativa è un caffè da 6 dollari da Starbucks: figuriamoci, rinuncio. Sono tutte piccole interruzioni che imprimono un andamento diverso alla giornata. Quando sono a Milano inizio subito a cucinare, qui non lo faccio perché è complicato fare la spesa».

A proposito di cucina. Che stoviglie ha di design?

«Alcune sì, ma non in maniera ossessiva. Ho una pentola Alessi in rame. Poi una grande terrina di Le Creuset che uso quando faccio l'agnello. La mia casa non è un museo».

Non mi dica che non ha pezzi di design in casa?

«Pochi. Ho una lampada Arco di Castiglioni, una bellissima poltrona Hella Jongerius. Però, per dire, comprai la mia scrivania per 50 dollari dall'albergo che abbiamo demolito per ampliare il MoMa. In casa c'è un misto di tutto, nessuna fisima, comunque».

Gli oggetti a cui è affezionata?

«Una lampada che mi regalò Ingo Mauer, ma anche regali da Castiglioni. Tutti regali che in teoria non potrei accettare, ma che non posso non accettare perché queste persone non vogliono nulla da me se non dimostrarmi affetto».

Quest'anno quale sarà il suo coinvolgimento nella settimana del Design di Milano?

«Ci vado da quando sono piccola per cui la seguirò come sempre. E come sempre, sarò nella giuria del Salone Satellite e del Lexus Design Awards. Poi chi lo sa. C'è sempre qualcosa, gli inviti a parlare arrivano all'ultimo momento».

Progetti che la coinvolgeranno in Italia?

«Nessuno di preciso, rimango comunque sempre vicina alla Triennale essendo nel comitato scientifico per il museo del design».

È milanese ma è nata a Sassari. È lombarda o sarda?

«A Sassari ho vissuto solo i miei primi due anni. Papà era un chirurgo otorinolaringoiatra e professore universitario, e per questo soggetto a peregrinazioni. A inizio carriera, ebbe un incarico a Sassari e così andammo in Sardegna, poi seguì il trasferimento a Ferrara, quando avevo cinque anni papà ottenne l'incarico ai Civili di Brescia così la famiglia rientrò a Milano, papà faceva la spola fra Brescia e Milano e mamma poteva lavorare come medico in un laboratorio analisi».

Cosa le manca dell'Europa?

«Tantissimo i negozi che non siano catene, le panetterie, i caffé. In compenso negli Usa ho trovato ciò che da noi è assente e del quale ormai non riuscirei più a fare a meno. Negli Usa la gente vuole che tu abbia successo perché il tuo è sentito come un successo di tutti, risulta chiaro che non avrà ricaduta solo sul singolo. Questo non è così da noi, aggiungo: purtroppo».

A proposito di Usa. Continua sempre a insegnare a Harvard?

«L'ho fatto per quattro anni consecutivi, poi ho smesso riprendendo in coincidenza con un anno sabbatico dal MoMa. È una fatica perché vuol dire andare lì una volta alla settimana. Continuo a insegnare, ma alla School of Visual Arts di New York».

Quanto sono brillanti gli studenti della mitica Harvard?

«Sono incredibili, favolosi. Però io sto male all'idea che i corsi costino così tanto. Dopo quattro anni esci con un debito tale che devi subito pensare a sanarlo e non hai tempo di sperimentare, di avere sogni, non hai il tempo per diventare uno dei mostri sacri dell'architettura del passato. È triste che sia così. È un problema sistemico enorme, quindi non voglio essere semplicistica sostenendo che la formazione debba essere gratuita. Però così non funziona del tutto».

A proposito di mostri sacri. Chi sono gli architetti italiani, di ieri e di oggi, che più apprezza?

«Pensando al passato, sono quelli in cui mi imbattei durante la fase degli studi, ovvero i grandi classici dell'architettura italiana del Novecento, Ignazio Gardella, Franco Albini, Tobia Scarpa, Gae Aulenti, Cini Boeri. Per i più giovani, i contemporanei, dovrei fare un po' di ricerca però in questa fase sono più concentrata sul design quindi preferisco non rispondere».

E tra i designer italiani?

«Giorgia Lupi sta avendo tanto successo ed è meritato. Ora è da Pentagram. Poi vado fiera di Studio Folder, impegnati nella curatela e grafica, uno studio versatile fra design e architettura. Però il bello del design è che non è più campanilistico. Forma Fantasma, per esempio, è fatto da italiani ma che da sempre lavorano in Olanda».

In questa vita intensa, che ruolo ha la famiglia?

«Ho un marito, ma abbiamo deciso di non far figli perché non credo sia ancora possibile far tutto. Forse nella prossima vita avrò dei bambini. Fare bambini a New York mi terrorizzava, chissà, fossi stata a Milano, accanto ai miei genitori, allora le cose sarebbero cambiate».

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