«La mia Gomorra milanese»

«La mia Gomorra milanese»

Qualcuno, esagerando un po’, lo ha battezzato il «Gomorra milanese». Di sicuro la città raccontata dal regista di «Sogno il mondo il venerdì», presentato alla sezione Cineasti del Festival di Locarno, è lontana anni luce dai sogni dell’Expo o, per restare al cinema, all’estetica glamour di «Happy Family», di cui Gabriele Salvatores ha appena terminato le riprese. Casualità vuole che entrambi i registi, Salvatores e Pasquale Marrazzo, siano napoletani trasferiti a Milano all’età di sei anni. Con due biografie totalmente diverse, però, che non potevano non riverberarsi nei loro prodotti artistici.
Marrazzo, nato in una famiglia «molto povera dell’hinterland», fu affidato alla nonna che abitava in una periferia di Milano, tra via Imbonati e la zona Certosa, anche ribattezzata la «Piccola Turchia» per l’alto tasso di immigrati. Esattamente il quartiere, se così si può definire, che fa da scenario al suo film, un intreccio di storie di ordinario squallore che si sfiorano in un condominio: tra immigrati a caccia di pericolose scorciatoie per ottenere il permesso di soggiorno, impiegati di banca indebitati per il gioco d’azzardo, uno strozzino della porta accanto, donne sull’orlo dell’alcolismo, un omosessuale vessato dal datore di lavoro.
Sullo sfondo, una Milano grigia, quasi irriconoscibile tra casermoni e cantieri, in cui la speranza di un futuro migliore è appesa alla forza di reagire alle sfortune della vita e ai sorprusi di una società ancora infettata dalla piaga del lavoro nero. «Nel mio film non c’è la criminalità dichiarata di Scampìa o di Casal di Principe, anche perchè il paragone con le periferie milanesi sarebbe francamente improponibile -dice Marrazzo al Giornale- ma c’è il racconto di personaggi che, con i loro sentimenti, affrontano con differenti esiti la dura realtà della vita, l’intolleranza e l’emarginazione».
Una realtà che il regista dimostra di conoscere molto bene, al punto da interpretare egli stesso la parte di un manovale a cottimo sui ponteggi di un cantiere. «Il fatto è che io il muratore l’ho fatto per davvero, così come altri mestieri, quando dovevo mantenermi agli studi. E le morti bianche che si leggono sulle cronache locali, qualche volta, le ho sfiorate».
Ma la crudezza neorealista lascia uno spazio alla speranza perchè il film, pur di denuncia, vuol essere anzitutto un mosaico di emozioni dove la componente corale -un po’ alla Robert Altman verrebbe da dire- prevale. «Altman mi piace ma ancor di più mi sento vicino alla poetica del messicano Inarritu, nel senso che l’involucro della storia anche nel mio film viene costruito attraverso i destini dei personaggi e non viceversa. In questo senso, così come nel cinema all’americana, non c’è alcun sociologismo ma soltanto storie di ordinaria umanità».
La parola speranza, dicevamo, esiste anche per Marrazzo. Il sogno del venerdì si materializza nella musica, ma a differenza di quanto accade a Tony Manero nel Saturday Night Fever, la questione viene espressa in modo totalmente simbolico, quasi surreale. I personaggi, una decina in tutto, a turno cantano una canzone -doppiati da professionisti della musica- guardando dentro la camera fissa. I brani sono in inglese, anche se i testi li ha scritti tutti Marrazzo. Qualcuno ha parlato di musical neorealista. «Diciamo che è una sorta di momento catartico, oserei dire straniante del film. Cantando, i personaggi commentano sè stessi e il loro mondo interiore e per un attimo esorcizzano la loro realtà. In fondo esercitano quella funzione consolatoria che ha la musica per la quotidianità di ognuno di noi e, pur nei loro drammi, decidono di cantarsela».
Autore delle canzoni, Marrazzo, e pure produttore e sceneggiatore del film, che arriverà nelle sale a novembre. Gli effetti della crisi, viene da dire, si fanno sentire. «Beh, per affrontare una produzione come questa -dice il regista tuttofare- sarebbero stati necessari tanti soldi, troppi. Ma per fortuna l’intero cast ha creduto in me e ha scelto di essere co-produttore della pellicola. Se il film andrà bene -e lo spero visto il riscontro di critica a Locarno- guadagneranno tutti». Sentito? Con gente come lui il ministro Brunetta può dormire sonni tranquilli.