Milano-Mongolia, quel filo di lana che lega utopia e realtà

Milano-Mongolia, un viaggio di circa un mese attraverso un antico e immenso territorio. Ma non per turismo. C’è chi non ama viaggiare per puro diporto ma pone sempre una meta precisa e molto concreta al suo viaggio. Che si tratti del mercante veneziano Marco Polo o degli imprenditori valsesiani Sergio e Pier Luigi Loro Piana. I responsabili di questo marchio d’eccellenza del made in Italy ogni anno a maggio partono alla ricerca del mitico vello delle capre Hircus (comunemente chiamato cashmere) allevate dai pastori nomadi delle sconfinate distese mongole, e ritornano in Italia con l’impalpabile e preziosissimo carico. «Sono viaggi di lavoro - racconta Pier Luigi Loro Piana - che mettono a contatto non solo con una natura stupefacente ma anche con un popolo mirabile per civiltà e ospitalità». Nel cuore del tourbillon milanese della moda, i fratelli Loro Piana hanno presentato ieri al pubblico la testimonianza di quell’avventura annuale che non è soltanto loro, ma anche dei pastori che quotidianamente sfidano condizioni climatiche e ambientali estreme e dei loro animali che da millenni li accompagnano brucando la scarsa erba delle distese mongole, sfidando tempeste di sabbia, controllando per chilometri la sete prima di arrivare alle distese d’acqua di laghi incontaminati. Nel maggio scorso sul convoglio che dalla capitale mongola Ulan Baatar si avventurava lungo le incerte piste verso i territori attraversati dai pastori, è salita anche una fotografa che a prima vista poteva apparire la meno adatta a quell’avventura: Bruna Rotunno, sofisticata fotografa di moda che lavora tra Milano e Parigi. Ma Bruna Rotunno cela un cuore avventuroso: «Mi sono armata di una Canon digitale, adatta a sopportare sabbia e sbalzi climatici, e sono partita per uno dei viaggi più intensi della mia vita». Ne è uscito un libro da ottobre in vendita in tutte le librerie italiane (Baby Cashmere, editore Skira). In duecento immagini di grande fascino ed equilibrio, che nulla concedono al facile effetto, si racconta il mondo arcaico e infinito della Mongolia: i cieli e le nubi gonfie di sabbia, i laghi gelati, la solitudine. E la vita dei pastori che ogni anno a maggio tosano non solo gli adulti ma anche i cuccioli di Hircus (è quello infatti il baby cashmere). Sono caprette candide che si lasciano docilmente pettinare per lasciare nelle mani del pastore trenta grammi di pelo. È da quel pelo bambino che l’abilità del lavoro italiano trae un filato morbidissimo e caldissimo. Il massimo del lusso. Ma un lusso ottenuto senza uccidere animali né tormentarli, senza devastare fiumi e distese d’erba, senza alterare ritmi antichi di vita e di lavoro, senza forzare l’anima di una gente. Sembra un’utopia invece si può fare.