Ai "cumenda" l'oro di Napoli nella truffa che vale un Picasso

Società milanese soffia 3 milioni al Comune partenopeo. Vendeva pubblicità ma non rendeva i tributi ai clienti

Ai "cumenda" l'oro di Napoli nella truffa che vale un Picasso

È la notizia che ribalta i vecchi clichè anti-meridionali: è il milanese che truffa il napoletano. E non un napoletano qualunque, un fessacchiotto preso per strada, bensì il Comune di Napoli in quanto tale: cui una vecchia e un tempo gloriosa società milanese ha «zanzato» milioni di euro, utilizzati dai maturi coniugi che la guidavano per i propri lussi personali, tra sciarpe di cachemire e vacanze a Capri, ma soprattutto in quadri di grandi autori. Compreso un Picasso da dieci milioni, fatto poi espatriare in direzione New York, individuato tre anni fa in una galleria d'arte di Manhattan, ora confiscato e destinato ad essere venduto per risarcire i creditori bidonati dai coniugi milanesi: compreso il Comune di Napoli. Va anche segnalato che i magheggi della anziana coppia poterono andare in porto anche grazie alle complicità in tribunale, dove si tengono le aste dei beni pignorati. Altro che Napoli!

La società sichiama Aip, Azienda italiana di pubblicità, fondata a Milano il 3 marzo 1915 per occuparsi di reclame - come si diceva allora - sui treni e nelle stazioni; e passata nel corso del tempo alla riscossione di imposte pubblicitarie per conto degli enti locali. Alla testa della secolare ditta milanese, sede in via Matteo Bandello, ci sono, all'inizio degli anni Duemila, Angelo Maj e sua moglie Gabriella Amati; nel portafoglio dei clienti ci sono una sfilza di enti locali, dal Comune di Bordighera a quello di Siderno, da Pescara a Oppido Mamertina; e soprattutto il boccone più grosso, il Comune di Napoli.

La sentenza che condanna a nove anni di carcere la signora Amati (il marito, Angelo Maj, è morto a inchiesta già iniziata nel 2012) è stata depositata nei giorni scorsi dal giudice Lorella Trovato, e ricostruisce per filo e per segno il crepuscolo della Aip, che nel corso degli anni accumula nei confronti del Comune partenopeo, guidato allora da Rosa Russo Jervolino, un debito sempre crescente, grazie alla complicità del dirigente del servizio di polizia amministrativa: 3 milioni e 447 mila euro, tasse che la Aip riscuote ma non riversa al cliente, fino a quando il municipio partenopeo chiede il fallimento della società milanese: e qua si scopre che le casse sono desolatamente vuote, perché i coniugi Maj-Amnati hanno dilapidato per i fatti propri oltre 12 milioni di euro.

A quel punto alla caccia del bottino si mette anche l'avvocato del fallimento, Luigi La Marca. Così si scopre che con i soldi spariti dalla cassa sono stati comprati quadri di grande valore. Il boccone più pregiato di tutti, «Compotier et tasse» di Picasso, è stato fatto sparire tre giorni prima della morte di Maj, fingendo di venderlo a un tizio che lo ha spedito in America, e dove viene sequestrato appena prima di essere venduto all'asta.

Dodici quadri invece vengono sequestrati nella sede dell'azienda, su richiesta di Equitalia, e qui accade l'inverosimile: l'intero blocco, stimato in almeno 3 milioni di euro, viene venduto all'asta in tribunale.

E, grazie alla compiacenza di un ufficiale giudizario, i coniugi lo ricomprano a un prezzo «enormemente inferiore» a quello reale, 26mila euro in tutto. Un quadro di Iacopo Palma, valore 400mila euro, viene indicato come «opera di autore non noto» e venduto alla coppia per la miseria di trecento euro. Che fine abbia fatto, non si sa.

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