"All'Ambrosiana navigo in un oceano di storia"

Il direttore racconta la Biblioteca e la fede «Sono un mangione, lo dicevano di Cristo»

La Biblioteca Ambrosiana e alcuni manoscritti
La Biblioteca Ambrosiana e alcuni manoscritti

«Ho la grazia di essere nato a Milano e ne sono innamorato». Il suo sogno di insegnare non è svanito, bensì si è trasformato al servizio di una didattica preziosa, indirizzata a studiosi di tutto il mondo. «Un rapporto di forte collaborazione, di amicizia, interpretiamo il nostro servizio mettendo a disposizione degli altri il patrimonio delle conoscenze». Monsignor Federico Gallo, direttore della Biblioteca Ambrosiana e della Classe di Studi Greci e Latini dell'Accademia Ambrosiana, fondatore della Didattica per incontrare le scuole e le università, è stato prete di parrocchia, prima della chiamata all'approfondimento accademico. «Un percorso che non si sceglie, ma per il quale si è scelti dal Collegio dei Dottori» che lo ha portato a lavorare per l'archivio storico diocesano e anche all'archivio segreto del Vaticano. «Che oggi si chiama archivio apostolico per volere di Papa Francesco». Nato a Milano e cresciuto in provincia di Lecco («mio papà scelse di farci crescere fuori città»), incarna seppur in abiti ecclesiastici il perfetto spirito milanese («non perdiamo tempo e otteniamo risultati per coloro che ci circondano»), giunge alla Biblioteca Ambrosiana il primo settembre 2008. «Provenivo da un ciclo di studi di lettere classiche con indirizzo archivistico e paleografico e quando giunsi in Ambrosiana, dove più che un archivista o modernista serviva un classicista, d'accordo con il Prefetto dell'epoca monsignor Franco Buzzi, mi specializzai. In quel periodo tra il 2008 e il 2010, contemporaneamente al lavoro in biblioteca, per due giorni alla settimana mi trasferivo a Roma a seguire i corsi degli Archivi Segreti del Vaticano».

E oggi, monsignor Gallo?

«Sono passati dodici anni e sono direttore della Biblioteca».

Dalla postazione del direttore si domina la sala di lettura, qual è il suo rapporto con che la frequenta?

«Ci sono rapporti diversissimi: quello tipico quotidiano è in sala di lettura con studiosi che arrivano da ogni parte del mondo per accedere ai nostri manoscritti o stampati antichi e chiedono consulenza. Tutto questo è bellissimo perché mi consente di navigare in questo oceano infinito che è il patrimonio di oltre 410 anni della Biblioteca Ambrosiana. Poi vi sono i rapporti con gli accademici che regolarmente collaborano con noi, professori universitari della Cattolica o della Statale con cui si è instaurato un rapporto di amicizia. Anche con Università straniere come l'University of Notre Dame, nell'Indiana, una realtà accademica cattolica potentissima, siamo legati fin dagli anni 60 quando l'Arcivescovo Montini insieme al loro presidente, un prete americano, ebbero l'idea di microfilmare tutti i manoscritti dell'Ambrosiana».

Consentire che la cultura sia a disposizione di tutti, è un principio cristiano?

«Contemplata aliis tradere, ovvero trasmettere agli altri quello che hai contemplato, farti conoscitore di quel che c'è qui, per essere servitore della conoscenza, dello studio, della curiosità e della ricerca degli altri. Ricordiamo che il nostro fondatore Federico Borromeo creò la Biblioteca Ambrosiana per la pubblica utilità: siamo chiamati ad essere custodi dei materiali affinché gli altri possano accedervi liberamente. Vi è anche una parte di comunicazione declinata attraverso l'organizzazione di convegni, conferenze, pubblicazioni, attività di alta divulgazione anche insieme ad altre istituzioni come l'Archivio di Stato, dove sono membro del comitato scientifico e la Biblioteca Isimbardi».

Come vede Milano oggi? E come la vive?

«Io sono un innamorato totale di Milano e mi commuovo nel dire che ho la grazia di essere nato in questa città anche se, per volere di mio padre, io e i miei fratelli i siamo cresciuti in provincia di Lecco, tra Robbiate e Porto d'Adda. Milano è seria, laboriosa, allegra e produttiva, moderna e capace di porsi. E il mio lavoro ritengo si collochi esattamente in questa prospettiva senza perdere tempo, godere delle ricchezze che abbiamo rendendole accessibili a tutti con il massimo grado di qualità».

Le piace la visione non solo contemporanea di Milano, ma proiettata al futuro?

«Il mio osservatorio di studioso di cose antiche potrebbe sembrare poco privilegiato, invece anche noi tendiamo all'avanguardia, ad esempio con il progetto di digitalizzazione dei manoscritti, con la medesima lungimiranza che Federico Borromeo ebbe 400 anni fa: principi calati non sul presente, ma sul futuro. Una modernità che ritroviamo nelle parole dell'arcivescovo Mario Delpini che conosco molto bene, essendo stato il rettore del nostro seminario e che ha coniato l'espressione «Benvenuto futuro», un invito a essere forti di ciò che ci precede per andare avanti. Un insegnamento che riposa su quello di Dionigi Tettamanzi e di Carlo Maria Martini»

Non le manca la parrocchia?

«Sono stato un prete di oratorio, ho fondato diversi gruppi giovanili, quindi la risposta è sì. Da poco tempo sono canonico del Duomo, quindi la mia vita liturgica si svolge lì, due volte al giorno sette su sette. Ma sono riuscito a mantenere il rapporto con i ragazzi come cappellano della residenza Buonarroti dell'Università Cattolica e del gruppo giovanile dell'Ordine di Malta. La nostalgia però c'è, confesso che per la scorsa Candelora, con le devozioni molto simpatiche della benedizione di San Biagio, ho celebrato messa per i miei ex alunni e quelli dell'Educandato Setti Carraro».

Dalla Biblioteca all'altare. Nei giovani quali valori e quali mancanze rileva?

«I giovani sono gli stessi in ogni fase della storia con le medesime dinamiche umane e antropologiche. Ne trovo tanti bravissimi. Forse dovrebbero affidarsi meno alle macchine e fare più fatica di ricerca con il cervello, l'esercizio mentale è qualcosa che ti dà una marcia in più».

Il sacrificio è ancora un concetto premiante per un cattolico?

«Decisamente sì, in fondo è la spiritualità del milanese che si sacrifica per un ottimo risultato e lo ottiene. Nel senso cattolico lo fai per mettere a frutto i talenti e non per ottenere profitto».

Che rapporto ha con il cibo?

«Sono vorace di natura: mangione e beone, sempre senza superare i limiti. D'altronde è stato definito cosi anche Gesù Cristo, quindi non mi offenderei. Curioso di qualità e varietà, tanto che l'ultimo dell'anno, dopo la Nona di Beethoven all'Auditorium di largo Mahler, sono andato a cercare un ristorante ungherese che mi interessava. Poi sono intollerante al lattosio, ma anche da questo punto di vista Milano è gastronomicamente avanti e non hai mai difficoltà».

È cresciuto in un piccolo paese, cosa ha portato con sé?

«Il gusto di star bene in ogni classe sociale, felice di arrivare da un luogo semplice dove ci consociamo tutti, un paese senza semafori. Il contatto con il mondo del lavoro, la fatica e una grande passione per scuola e didattica: mamma e anche la nonna e le zie erano insegnanti».

Il profumo dell'infanzia?

«La terra e l'erba dei campi dove andavamo a giocare».

I piatti di quando era bambino?

«Piatti forti: cassoeula e busecca, mia mamma ha smesso di fare la cervella con la mucca pazza, ma io vado a mangiarla di nascosto senza dirglielo».

Cosa rappresenta per lei il concetto di amore?

«È ciò di cui tante volte ci riempiamo la bocca e fatichiamo a mettere in pratica quando dimentichiamo che è la cosa più concreta che ci sia. È ciò che siamo chiamati a vivere in ogni istante della nostra vita. Nasciamo per amore, siamo tenuti in vita per amore: da Dio per chi è credente e dunque questo regalo che riceviamo cerchiamo di renderlo a Dio, ma concretamente a ogni persona che incontriamo».