Alla città abusiva mancava la statua

Non solo case occupate e venditori irregolari: il monumento di corso Indipendenza è l'emblema del lassismo

Alla città abusiva mancava la statua

E alla fine era abusiva anche la speranza. Non solo un esercito di occupanti delle case popolari, non solo i venditori molesti a ogni angolo della strada, non solo i centri sociali ormai padroni incontrastati della città. Parafrasando una notissima canzone sanremese degli incorreggibili «Elio e le storie tese», si è rivelata abusiva anche «la voglia di ricominciare». Quale migliore emblema, dunque, per la città dell'abusivismo dilagante? Quale simbolo più eloquente di un monumento piazzato in pieno centro non si sa come, non si sa quando e non si sa da chi? Eccolo, la statua di corso Indipendenza.

Non è nemmeno importante, alla fine, il suo aspetto estetico. È perfino secondario il fatto che le cosiddette «colonne» appaiano più uno sberleffo osceno che non un motivo dell'architettura classica o che siano state piazzata lì da una galleria d'arte in cerca di pubblicità. Non è questo che conta. Non contano le ipotesi su altre statue «al femminile» piazzate da fantomatici artisti americani in chissà quale via della città. Molto più rilevante il balletto degli assessorati intorno all'installazione fantasma. «Non abbiamo rilasciato alcun tipo di permesso e non ne sappiamo nulla» hanno detto da Palazzo Marino, promettendo una «pronta rimozione». Mistero. Che ci sia l'autorizzazione, ora, conta poco.

Da anni Il Giornale racconta il progressivo avanzare del «nulla». Sotto forma di degrado urbano, plastica manifestazione dell'abbandono cui sono condannati interi quartieri. L'integrazione delle periferie era uno dei pilastri del programma elettorale del centrosinistra. E oggi è il suo più plateale fallimento. San Siro, Rubattino, Gratosoglio, Bovisa. La carta della città è ormai una mappa della rabbia e della delusione montante. Nelle continue esondazioni di Lambro e Seveso c'è chi - letterariamente - vede una specie di apocalittico rigurgito delle viscere cittadine. Le periferie costellate di palazzi Aler sono teatro di un assedio quotidiano di abusivi, una guerra di cui tanto abbiamo parlato prima che diventasse argomento da talk-show. Al Lorenteggio i balconi delle case popolari crollano. E crollerebbero ancora se non fossero puntellati da indecenti ponteggi edili (neanche dell'ultima generazione). A Lambrate un centro sociale si propone come pseudo-agenzia immobiliare per le occupazioni, naturalmente abusive. E i fatti del giorno vengono commentati dal collettivo Macao, che dall'alto del suo incontrastato privilegio di occupante abusivo di un palazzo comunale detta la linea della facciatosta radical chic.

Tante cose, si potrebbero dire, a carico o a discolpa di chi amministra. Non è mai facile, tanto meno una città come Milano. Le risorse scarseggiano, crescono povertà e disagio. Non era facile, ma è andata male. Dopo tre anni e mezzo non si può più parlare di chi c'era prima, di chi è Roma, di chi sta a Bruxelles. Bisogna vincere le scommesse e avere l'aria di chi le vince. È «tutto un complesso di cose», è vero ma Palazzo Marino oggi non ha l'aria di chi vince le scommesse, tant'è vero che anche nel Pd, fra mille smentite, qualcuno ha voluto mettere zizzania fra il sindaco, Giuliano Pisapia e il partito. Il primo partito della sinistra, il Pd, ha ottenuto il 45% alle Europee e strapazza il primo cittadino, un po' come se lui stesso fosse, politicamente parlando, un po' abusivo. E non lo è: Pisapia ha vinto elezioni nettamente. Promettendo arcobaleni e mondi nuovi. Fra un anno e mezzo saranno i milanesi a giudicare. Ma è chiaro a tutti che tante illusioni erano quel che erano: abusive.

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