Corteggiati, tentati, favoriti È sfida Pisapia-Del Debbio

Continuano a rifiutare la candidatura, ma restano i più forti. E l'ex assessore punzecchia il sindaco: "Arancione sbiadito"

Paolo Del Debbio
Paolo Del Debbio

Sarà che sotto elezioni - un po' come in amore - vince chi fugge. Sarà che tutti aspettano settembre. Sarà che gli altri candidati in campo non convincono. Ma per ora la sfida per contendersi Milano sembra fra i due «signor no»: il sindaco uscente Giuliano Pisapia che ha fatto un passo indietro e l'ex assessore Paolo Del Debbio che non vuole fare un passo avanti. Strano faccia a faccia fra i due (non) candidati. Eppure lo scontro è già iniziato. E lo ha acceso Pisapia quando, con insospettabile iattanza si è dato del favorito da solo, liquidando il possibile avversario: «È intelligente e preparato però cavalca il malcontento». Un invito a nozze, per il filosofo e giornalista toscano, cui non fa certo difetto la prontezza di riflessi e di battuta: «Pisapia usa un'avversativa» - nota - quando invece ci vorrebbe un'altra bella «e». Intelligente, preparato e cavalca il malcontento, insomma. «Si può essere intelligenti anche stando in periferia», sorride Del Debbio, sapendo di mettere il dito nella piaga di una sinistra milanese molto «radical chic», tutta intenta a guardarsi l'ombelico e il Quadrilatero. « Intelligere è impossibile senza ascoltare il popolo» osserva l'intellettuale, che distinguendo cristianamente fra l'errante e l'errore, su sindaco e avversari usa il fair play («Pisapia è una brava persona, Emanuele Fiano non va sottovalutato, ne sa di sicurezza») ma sull'operato della sinistra è impietoso: «L'arancione è un po' sbiadito e nelle periferie non ho visto grandi cambiamenti». Questa d'altra parte sarebbe la sua formula, questa è la sua virtù anche televisiva: convince l'uomo della strada (d'altra parte è l'inventore del vigile di quartiere), ma sa parlare anche ai palazzi. Per questo lo vorrebbero un po' a tutti: dalla «sua» Forza Italia alla Lega di Matteo Salvini, che sul suo nome metterebbe «la firma». Rivendica il suo diritto di parlare di Milano senza secondi fini («le interviste le ho sempre fatte, di Milano mi sono sempre occupato. Se continuo se ne deve meravigliare»). A Milano d'altra parte è stato «assessore intelligente» e un pezzo di città anche oggi se lo ricorda e lo riempie di complimenti (lo hanno fatto il collega Sergio Scalpelli e l'ex sindaco Gabriele Albertini). «Sono lunsingato» risponde lui. E torna a porre la questione delle primarie: «Sarebbero utili anche al centrodestra - dice - se fanno le primarie ci sarà uno scontro, ma uno vince e uno perde. Altrimenti restano tensioni, ma senza legittimazione». «Se le facessero sarebbe meglio», consiglia a prescindere dalla sua corsa. Poi però aggiunge che «non sono fatti miei». Così la corsa resta (per ora) pura ipotesi per il centrodestra e incubo per gli altri. Almeno finché resiste alle avances. L'altro resistente è proprio Pisapia. Un suo ripensamento è visto come «un miracolo» dentro Sel. È dato al 5%. Il sindaco continua a subire il pressing di Matteo Renzi, il premier che un anno fa voleva Milano tutta per sé e per il suo Pd, ora col vento che è girato sarebbe disposto a lasciarla a questi strani condomini arancioni, pur di non vederla occupata, anzi, liberata, dagli antichi padroni politici, che ne farebbero il trampolino di lancio per Roma. Il classico avviso di sfratto da Palazzo Chigi.

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