I killer: «L'unica paura era di colpire la bimba»

I killer: «L'unica paura era di colpire la bimba»

Una lunga caccia durata quasi due ore, in tutti i bar e i ritrovi dove erano soliti recarsi le due vittime, fino al fatale incontro in via Muratori. Lì Massimiliano Spelta e la moglie Carolina alla fine sono stati raggiunti dai due killer. Entrambi armati di revolver si sono divisi gli obbiettivi: Carmine Alvaro ha rincorso Spelta, mentre Mario Mafodda si è occupato della donna. «Stando molto attento a non colpire la figlia che teneva in braccio» si è premurato di aggiungere, quasi volesse accreditare una parvenza di pietà.
Stanno dunque andando tutti al loro posto i vari tasselli che compongono il mosaico di uno dei più efferati delitti che Milano abbia visto da anni. Una coppia di sprovveduti che si improvvisano trafficanti di cocaina e finiscono nelle mani sbagliate di due criminali di «spessore». Credono di poter fare i duri, ma sono entrati in un gioco mortale. Infatti il movente è una partita di droga che i due non voleva pagare perché giudicata «una schifezza».
Spelta,42 anni, viene da una buona famiglia, il patrigno aveva un'avviata attività che lui non è stato in grado di portare avanti. Anche perché al lavoro, lui preferisce la bella vita e i viaggi a Santo Domingo, dove conosce Carolina, 21 anni. Ma anche un facile mercato dove approvvigionarsi di cocaina. L'isola caraibica negli ultimi anni è diventata infatti la spiaggia dei narcotrafficanti colombiani che con loro hanno portato anche una montagna di droga, di ottima qualità e a buon mercato. Spelta immagina dunque di improvvisarsi trafficante. Riesce infatti a fare qualche affare con Mafodda, 54 anni, malavitoso calabrese di un certo spessore, con alle spalle già 25 anni di galera. Mofodda poi gli presenta un altro possibile acquirente, Carmine Alvaro, 41 anni, anche lui calabrese, ma banditello di mezza tacca. Convinto della sua solvibilità ad agosto Max gli consegna 1 chilo e 400 grammi di cocaina, ma la merce viene «contestata» da Alvaro che non intende pagare i 40mila euro patuiti. Non riuscendo a incassare, Spelta se la prende con Mafodda che, avendo fatto da garante, deve sganciare i soldi. E lo fa con un tono che in certi ambienti non è gradito.
Il pomeriggio dell'11 settembre, in un crescendo di pressioni, il creditore manda l'ultimo, fatale, sms arrivando a minacciare Mafodda. E firma così la sua condanna a morte. Il malavitoso convoca Alvaro. Rubano uno scooter e si mettono alla ricerca dei due. La squadra mobile diretta da Alessandro Giuliano, visionando ore e ore di filmati riesce a individuarli nei loro spostamenti tra piazzale Martini e piazza Medaglie d'oro, in tutti i bar e i ritrovi dove la coppia è solita recarsi per l'aperitivo. Verso le 20 li trovano in via Muratori, scendono dalla moto e con due revolver si avventano sui due, dividendosi i bersagli: Alvaro l'uomo, Mafodda la donna, stando ben attento a non colpire la loro figlia di un anno e mezzo. Otto colpi in tutto, poi la fuga. L'altro giorno gli arresti con cui la mobile dovrebbe aver chiuso il caso, anche se non si escludono altri sviluppi per individuare eventuali complici, anche se con ruoli di secondo piano.

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