Intramontabile Testori, il teatro si aggrappa al maestro della parola

Dalla "Monaca di Monza" al "Macbetto", sei spettacoli dai testi dell'autore di Novate

Gli autori italiani sono ormai una miriade e si muovono in una selva oscura, benché mi sembra giusto che sia così, in modo che ciascuno possa confrontarsi col palcoscenico. A dire il vero, oggi prevale la figura dell'attore-autore che attinge alla cronaca, drammatizzandola, con molta referenzialità (e molta superficialità), lasciando infine poche tracce. Per Testori, l'autore è colui che scrive addosso agli attori, convinto che il testo dovesse nascere insieme a loro, e che, per essere autore, bisognasse inventare un proprio linguaggio, come, del resto, avevano fatto Pirandello, Eduardo, Fo. In questa stagione ho registrato ben sei testi di Testori che vanno in scena, non solo a Milano, e che propongono una panoramica della sua drammaturgia, che cito in ordine cronologico. Si va dalla Monaca di Monza(1967), al Macbetto (1974), a Conversazione con la morte(1978) ai Promessi sposi alla prova( 1984) a Erodias e Cleopetras (1994). Il percorso che dalla Monaca di Monza che debutterà al Franco Parenti nella riduzione e regia di Walter Malosti con Federica Fracassi, arriva ai Promessi sposi alla prova, sempre al Parenti, in Marzo, con la regia di Andrée Ruth Shammah, con Luca Lazzareschi e Laura Marinoni, in una coproduzione col Teatro della Pergola, è un percorso frastagliato che svela il passaggio dalla drammaturgia dell'attore, attraverso la trilogia degli Scarrozzanti, a quella del Verbo, ovvero dalla forza profetica del corpo a quella della parola che incarna. Nella Monaca di Monza, i corpi si presentano come larve, come spettri evocati, ma con la loro carne: Sono corpi impotenti, «baracche di teschi e di stracci» che vengono fuori dalle tombe e spalancano le bocche, non al fiato della vita, ma all'ira della giustizia e della verità, la medesima che va cercando Marianna quando invita gli spettri a presentarsi con i loro corpi, ossessionati dalla sessualità, abbandonati da Dio, sottoposti all'arbitrio della crudeltà, corpi che invocano una loro libertà: «Liberaci dalla nostra carne, dal nostro sangue». Marianna è scossa da tanto orrore, oltre che dalla dissacrazione ed è in attesa di un perdono, oltre che di una consacrazione, quella che avverrà nei Promessi sposi alla prova, dove troverà la sua realizzazione attraverso la scena, luogo mistico per eccellenza. In questo testo, di cui Andrée Shammah realizzò una edizione rimasta nella nostra memoria per la sua regia maieutica e magistrale e per la strepitosa interpretazione di Franco Parenti, il rito della rappresentazione si confonde con quello della consacrazione. Non per nulla, gli attori, sotto la guida del Maestro, vanno alla ricerca dell'essere che hanno smarrito. Testori si riferisce anche a quella generazione che ha vissuto l'esperienza teatrale senza regole, senza scuole, senza maestri, irrispettosa nei confronti della parola e dei suoi significati. Nel termine «alla prova» non c'é nulla di pirandelliano, lo spazio della finzione, per Testori, è quello dove si muovono non personaggi, ma persone che cercano la vita nello spazio del teatro, attori che, per diventare tali, hanno bisogno del rito sacrificale del palcoscenico, luogo in cui gli attori di una compagnia, attraverso la recita, scoprono la gioia di vivere.

Intanto registro anche l'interesse di una nuova generazione di teatranti che si è accostata allo scrittore di Novate, con occhi diversi. Ho visto, al Teatro delle Albe, il Macbetto di Roberto Magnani che ha scelto una interpretazione materica del testo, che risente di molte letture attinenti anche all'opera pittorica di Testori, come si evince dal sottotitolo «Macbetto o la chimica della materia», avendo l'autore intriso la parola di sangue ed escrementi, proprio come il fango argilloso con cui l'attore regista si cosparge il volto quando entra in scena, dopo aver ripassato in camerino le parole del coro che in questo spettacolo non si vede. Così come si vede, a sprazzi, la strega interpretata dalla performer Eleonora Sedioli, che si muove in scena mostrando parti del suo corpo ben illuminate e mai il viso.

A proposito del rapporto tra potere maschile e potere femminile, Magnani fa riferimento all'epoca fascista, mostrandosi con fez e fiocco nero che, insieme alla dimessa Ledi di Consuelo Battiston, dicono in dialetto romagnolo «vinzeremo». Lo spettacolo si potrà vedere, in Febbraio, al Paolo Pini. Intanto vengono ripresi altri spettacoli che hanno registrato un ottimo successo: Erodias, con la Fracassi e l'ardimentosa regia di Martinelli, teorizzata in un volumetto a più voci, Ritratti miei di me e Cleopatras, con la pregevole interpretazione di Marta Ossoli che porterà in tournée una Monaca di Monza ridotta a monologo, con la regia di Mino Manni che, nel frattempo, sta provando, con Gaetano Callegaro, Conversazione con la morte. Manni ha pensato a un vecchio attore che si immola dinanzi al pubblico, ma che pronunzia parole violente e crudeli di cui il teatro ha bisogno per fare sentire la sua voce, in un momento in cui si assiste al livellamento della parola, sempre più degradata, non solo nella vita, ma anche sul palcoscenico. Ed è proprio la forza della parola che rende Testori un classico al pari di Pirandello ed Eduardo.

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