Cronaca locale

"Io, ex cavallo pazzo interista nel midollo"

Una vita da centrocampista e gli anni delle feste nella Milano da bere. «Ora ho trovato l'equilibrio»

"Io, ex cavallo pazzo interista nel midollo"

Nicola Berti è ancora «Cavallo Pazzo», eroe delle folle nerazzurre. Nato a Salsomaggiore Terme (14 aprile 1967), ha totalizzato con l'Inter (1988-98) 311 presenze, 41 gol, uno scudetto, una Supercoppa italiana, due Coppe Uefa (più mezza '98: se ne andò a gennaio). Con lui la vita, e anche l'intervista, è sempre un ottovolante. Avvertenza: forse non tutto quello che leggerete è vero.

I primi ricordi di un campo e di un pallone.

«All'oratorio, pioveva a dirotto, avevo i piedi fradici ma inseguivo il pallone. Però il prete non mi voleva far giocare».

E perché?

«Perché ero già troppo audace».

Trasgressivo fin da allora.

«Insomma. Io, sarò stato trasgressivo come viene raccontato e un po' racconto pure io, comunque ho sempre lavorato. Da ragazzino facevo i mercati con mio padre che vendeva salumi e formaggi. Ero bravo con le ricotte perché d'inverno non avevo paura a mettere le mani nell'acqua fredda per tirarle fuori».

Suo padre è stato il suo procuratore.

«E certo, vedi sopra, facendo i mercati sapeva vendere, contrattare».

Prima squadra ufficiale. Primo ruolo.

«Il Combi Salso, ho giocato un po' in tutti i ruoli del centrocampo, ma il tecnico che mi ha lanciato, al Parma, Bruno Mora, mi ha schierato anche da attaccante».

Esordisce in prima squadra che ha appena compiuto 16 anni. Precoce.

«Questa la racconta sempre il direttore Walter Sabatini che ora è al Bologna, ma allora, 1983, era un giocatore del Parma. Andiamo a Trieste e io, che sapevo avrei esordito a 16 anni in C1, ho chiesto otto biglietti omaggio per parenti e amici. Sabatini non si capacitava che un ragazzino degli allievi aggregato alla prima squadra avesse una tale pretesa».

Tanti, effettivamente, per un pischello.

«Ma il Parma non veniva a vederlo nessuno, per Berti invece si muovevano tutti».

Immagino l'emozione.

«Io l'emozione non la conosco. Fu il ds Riccardo Sogliano a buttarmi nella mischia. A proposito, avrei fatto bene anche a rugby. Non ne sono più uscito».

La serie A la raggiunge con la Fiorentina. Com'è stato staccarsi da casa?

«Ma io ero via da casa già a 15 anni. L'esperienza a Firenze è stata bellissima, mi sono divertito tanto, al pronti via, ho segnato alla Juventus e poi all'Inter. E poi ho vissuto le prime avventure, le prime fughe...».

A proposito di «fughe», a Firenze ancora la rimproverano di aver tradito la Fiorentina per l'Inter.

«Io ero un idolo per i tifosi e quando sono andato via è scattata la gelosia, mi hanno chiamato mercenario. Allora il calcio era vissuto in modo più diretto, intenso. Di una squadra diventavi la bandiera. Erano gli anni del giocatore-tifoso, adesso il ruolo è più sfumato, ora prevale il professionismo».

Una vita da bandiera, anche all'Inter diventa idolo delle folle. «Nicola Berti facci un gol» l'urlo della Nord.

«Quello sì mi emozionava e mi emoziona ancora. Al ricordo ho ancora come un fremito. Normalmente lo si grida ai centravanti, a quelli che fanno gol. Io ne ho fatti, anche importanti ma non ero un bomber. Eppure lo cantavano a me. Avevano capito che per me l'Inter non era e non è solo una maglia».

Dove abitava, arrivato a Milano?

«In viale dei Mille. Appena arrivato, affitto questo monolocale e chi trovo nel palazzo di fronte che fa il portinaio? Mio zio, Bruno Berti. Come in famiglia».

Parlando di famiglia, com'era il suo rapporto con Trapattoni?

«Il Trap? Lo adoro. Il nostro è stato un rapporto padre e figlio, certe storie poteva perdonarle solo a me».

Ah, ah, qui arriviamo al Berti by night e alle sue leggendarie feste.

«Erano gli anni '80, ci si divertiva alla grande. Lei non è mai stato su da me, in piazza Liberty?»

Purtroppo no, però so che erano feste leggendarie, si facevano cose e si vedeva gente, perfino delegazioni hollywoodiane, da Joe Pesci a Uma Thurman. A prop...

«Fermo lì, lo so cosa si racconta, ma la prevengo: Uma era solo un'amica. Veniva con me a San Siro a vedere l'Inter».

Anche Carla Bruni era un'amica?

«Ci hanno fotografati vicini a una sfilata. Comunque è passato tanto tempo e, in definitiva, sono fatti miei».

In un'intervista a Franco Vanni di Repubblica, ha raccontato che l'Inter la faceva pedinare, come successe anche a Vieri.

«Mi pedinano ancora. Scherzo. Avevo questa fama e allora c'era qualcuno che mi controllava. Ma io ho sempre risposto con i fatti: se in campo non mollo mai e do tutto, allora quello che faccio della mia vita non vi riguarda».

E al ristorante Hare Krishna con Serena come andò?

(ride) «Gliel'ha raccontato? Dopo gli ho detto: con te non esco più, se vuoi esci tu con me».

Dal Trap ad Arrigo Sacchi.

«Ero l'unico interista nella sua Nazionale e questo la dice lunga. Ai Mondiali Usa '94 ho giocato tutte le partite. Avevamo un rapporto favoloso: eravamo contrari in tutto, lui falso io vero, lui vero io falso».

Il 1994 è l'anno in cui l'Inter rischia la retrocessione. Nasce lo slogan "Mai stati in B grazie a Nicola Berti".

«L'ha coniato Gianpiero Marini, l'allenatore. A settembre mi rompo il legamento. Volo a farmi operare in Colorado e dopo quattro mesi già corro, dalla voglia che ho. Avevo mollato l'Inter prima e la ritrovo a lottare per la salvezza. Incredibile. Sono stato determinante, con le prestazioni e i gol. Abbiamo vinto pure la Coppa Uefa».

Interista nel midollo. Come l'avvocato Prisco.

«Di più, io i milanisti li prendevo a pallonate. C'era questa palestra, dentro San Siro dove, prima del derby ci allenavamo insieme. Io non resistevo e ogni tanto "pum", ne beccavo uno. Vivevo da tifoso tra i tifosi. Il derby era più sentito».

Del calcio non ha avuto nostalgia, dopo è andato a vivere ai Caraibi.

«Cinque anni. Volevo staccare la spina, completamente, e ci sono riuscito».

Ora che fa?

«L'ambasciatore per l'Inter. Vivo a Piacenza con mia moglie e i miei due figli. Salsomaggiore è troppo piccola. Milano è la mia città, ma la vita è fatta di momenti. A Piacenza ho trovato il mio equilibrio».

Senta, ma...

Click. Ha messo giù. Fine dell'intervista.

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