«Milano capitale del teatro Parola di romano deluso»

L'attore al Piccolo porta in scena il suo «Pride» «Taglio il mio ego di attore in favore della regia»

Antonio Bozzo

«Anche se il pubblico fosse una manica di somari, dal palcoscenico si riceve energia. Figuratevi a Milano, dove il pubblico è esigente, giovane. Lo dico con rammarico, da romano deluso: Milano è la capitale italiana del teatro, qui il rapporto tra cittadini e scene non si è mai interrotto, come in molte capitali, da Parigi a Praga. Non si può dire lo stesso a Roma». Con questa considerazione, amara ma per noi milanesi lusinghiera, Luca Zingaretti parla dello spettacolo, da lui diretto e interpretato, «Pride», allo Strehler da oggi al 4 dicembre.

Quindi anche per lei, divo della tv, il teatro è tutto meno che un rito antico, sorpassato?

«Mai come oggi c'è bisogno di teatro. Non ci si può rinchiudere nella solitudine della propria casa, davanti a uno schermo, o a un computer. Uscire, parcheggiare la macchina, sedersi in poltrona, seguire gli attori e la storia, vuol dire fare qualcosa insieme. Una cosa molto preziosa. Certo, non bisogna massacrare il pubblico con lavori pseudo-culturali, come purtroppo accade non raramente».

Che storia è "The Pride"?

«Sono due storie, una ambientata nel 1958, la seconda ai giorni nostri. I tre protagonisti, due uomini e una donna, hanno nomi uguali, ma non sono gli stessi. Sullo sfondo c'è Londra, metropoli dove si intersecano tutte le pulsioni del mondo. Per questo spettacolo, che pure interpreto (con Valeria Milillo, Maurizio Lombardi, Alex Vendron), ho tagliato il mio ego da attore per concentrarmi sul mestiere della regia».

Lo spettatore passa da un'epoca all'altra?

«Sì. Una scena lo porta nel 1958, a seguire le vicende di Sylvia, problematica ex attrice che vuol presentare al marito Philip l'illustratore Oliver, per il quale ha lavorato. Poi si torna all'oggi, qui Sylvia cerca di mettere pace tra due gay, Philip e Oliver: quest'ultimo sta sabotando la relazione».

Nessun rapporto tra le due storie, sbagliamo?

«Non sono conseguenti. Più che rapporti, ci sono segrete affinità. Questo lavoro di Alexi Kaye Campbell, che non era mai stato realizzato in Italia, fa riflettere su omosessualità, amore, identità. L'ho portato in giro la stagione scorsa, e abbiamo avuto un successo incoraggiante. Per Milano è un debutto».

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