Milano oziosa, la frenesia è una finta

Milano oziosa, la frenesia è una finta

Milano non se lo ricorda o fa finta di non ricordarlo. Oppure le impediscono di ricordarlo. Ma se in Italia esiste una città lenta, è proprio lei. Più lenta della flemmatica Napoli, della pigra Roma, persino della narcisa Venezia (dire narcisa, al femminile, è una tautologia: tutte le femmine sono narcise, e Venezia è la più femmina delle città) che serenissimamente si specchia nei suoi canali.
Perché Milano era ed è città d'acqua. D'acqua placida anche se sporca, d'acqua lenta anche se inquinata, lì, a tre o quattro metri dalle sponde, dai casinari schizzati della movida colonizzatrice di Navigli, tutti a sbraitare con in mano il loro bicchiere di plastica colmo fino all'orlo di intrugli esotici a presa rapida su cervelli effimeri. Milano era ed è, anche se non ci pensa, se non ci fa caso, come la grande ansa di un fiume. Non il Lambro, non l'Olona, ormai ridotti a deiezioni industriali, e neppure il campagnolo Adda che mormora e gorgoglia ben fuori le mura, bensì il fiume della nostra storia.
Di Giornate della Lentezza, Milano potrebbe inanellarne, se soltanto ascoltassimo la sua anima antica, 365 l'anno. Anche al netto delle domeniche senza auto (che poi non sono mai «senza», ma «con riserva»), anche al netto delle ferie estive che poi non sono mai ferie ma semplici cambi della guardia: esce il ragionier Giovanni, diretto a Rimini, ed entra un salumiere tedesco, diretto a Santa Maria delle Grazie, esce il pizzaiolo Ahmed, diretto al Cairo a trovare i parenti, ed entra una romantica turista inglese, diretta in Montenapoleone... Anche al netto, ed eccoci al punto, del lavoro.
«Ma voi a Milano siete tutti così frenetici, così indaffarati», protestano gli amici di altrove, ancorati al luogo comune che ci vuole tetragoni nel rifiuto del cazzeggio e dell'ozio, sempre sugli attenti a tirare la lima. Non sanno, gli amici liguri o umbri, che l'uffico e le commissioni, gli appuntamenti e le riunioni e i summit e la Borsa e tutto l'ambaradan che ci gira intorno e che, sotto sotto, ci fa girar le balle, serve a farci gustare meglio i nostri angoli riposti di lentezza. È come, a scuola, la lezione di matematica prima di quella di educazione fisica, il dovere prima del piacere. E non si accorgono, loro che vivono magari alle Cinque Terre o a Todi e che sono abituati a viaggiare in prima, seconda e terza marcia, senza mai mettere la quarta, non sanno che a noi piace scalarle rapidamente, le marce.
Ci accontentiamo di poco. Usciamo a far due passi intorno a Sant'Ambrogio e prendiamo un gelato; ci procuriamo, con artifici e bugie inconfessabili, mezz'ora di vuoto che riempiamo attraversando i Giardini di via Palestro, fermandoci a guardare le papere; adduciamo come scusa uno sciopero dei mezzi pubblici per tornare a casa a piedi, anche sotto la pioggia, non importa, anzi meglio, e meglio se senza ombrello. Perché certe notti persino il Palazzo di Giustizia, buio e inzaccherato e con le pozzanghere intorno, piene delle luci dei lampioni, può essere bello, per noi che viviamo a Milano.

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