Nel regno di Teodolinda tanti tesori e una... Versailles

La città brianzola oggi sfoggia i restauri della Villa e degli affreschi del Duomo. Sorprese per i buongustai

Così vicina, così lontana. Andiamo a fare una gita a Monza? A un milanese può sembrare strano, eppure questa grande città alle porte della metropoli è ricca di suggestioni, bellezze e golosità. Da mordere, tutta. Cominciamo al Forno Del Mastro. Adriano Del Mastro, abruzzese, allievo di Niko Romito, Gabriele Bonci e Davide Longoni, declina il pane con diverse farine e ingredienti, prepara pizze, ciabatte e dolci senza zavorre salutistiche. Con una bella fetta di ciambellone con le verdure, siamo pronti a immergerci nei tesori del Duomo di Monza che ci narra un percorso lungo più di 1400 anni. Il Duomo di Monza è una delle più importanti istituzioni ecclesiastiche d'Italia e d'Europa. Tutto comincia con la Regina Teodolinda, principessa di fede cattolica, sposa prima di Autari e poi di Agilulfo, re longobardi. Impossibile, qui, elencare tutti i tesori che questo complesso contiene, dalla Corona Ferrea, simbolo del regno d'Italia, poggiata molte teste famose, da Carlo V d'Asburgo a Napoleone, contenuta nella cappella di Teodolinda affrescata dagli Zavattari, ai grandi cicli decorativi del Duomo, fino allo straordinario museo e al tesoro.

Una visita impegnativa, per cui, con l'appetito acceso, ci sediamo al Moro, affidandoci alla famiglia Butticè, Antonella sommelier, Salvatore e Vincenzo in cucina. Un'enclave di sicilianità proposta con brio e cura delle materie prime: sarde a beccafico cipolla bruciata, finocchietto e arancia; paccheri dei monti Sibillini, pistacchio di Raffadali e gamberi; cassata, «dal latino caseus e dall'arabo quas'a». Immancabili, per golosi qual siamo, i cannoli.

San Maurizio e Santa Margherita (1736), a navata unica, racchiude gli affreschi di Carlo Innocenzo Carloni, ma soprattutto una vicenda famosa (o famigerata), quella dei Marianna de Leyva, la monaca di Monza, narrata da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi. La chiesa sorge dove si trovava l'antico convento di S. Margherita, fondato dagli Umiliati nel XIII secolo. Qui suor Virginia, il nome di Marianna nel luogo dove l'aveva rinchiusa a 16 anni suo padre, titolare del feudo di Monza, ebbe una relazione con Gian Paolo Osio, l'Egidio manzoniano. La tragica vicenda si concluse nel 1608 con l'esecuzione dell'Osio e la reclusione di suor Virginia.

Dopo una storia drammatica come questa, bisogna recuperare «Il gusto della vita». Di nome e di fatto, con Dhiangh Singh e sua moglie Elena che hanno fatto del loro ristorante un caldo punto di riferimento per il pesce: triglia in pastella con cipolla candita di Tropea e salsa carpione, tagliolini neri al profumo di limone, cappelunghe, e crema di ostriche.

A ogni angolo di Monza la Storia ha lasciato una traccia. La Cappella Espiatoria venne fatta edificare (progetto di Giuseppe Sacconi, lo stesso del Vittoriano di Roma) da Vittorio Emanuele III sul punto dove suo padre, Umberto I, venne assassinato dall'anarchico Gaetano Bresci il 29 luglio 1900. Racconta Indro Montanelli che Benito Mussolini, ancora nella sua fase socialista, in visita al monumento, con una pietra incise la scritta «Monumento a Bresci».

Il Ponte dei Leoni venne costruito nel 1842, in occasione dell'apertura della via Ferdinandea, ora via Vittorio Emanuele II. Costituito da tre arcate con spalle in granito, sui quattro lati montano la guardia quattro leoni di marmo, opera dello scultore Tantardini. Un tempo, lungo il Lambro, sorgevano mulini per la macinatura del grano, rogge e lavatoi.

A proposito di «Arcate», questo il è il nome di un altro dei ristoranti amati dai monzesi e non solo, anche qui con una predilezione per il mare: dagli scialatielli con pescatrice alla zuppa di moscardini e cozze, fino ai paccheri all'Antonio con ragù napoletano. Ottime anche le pizze e le fritture.

Siamo arrivati davanti a un'altra delle bellezze di Monza, la Reggia con il suo parco, più grande di quello di Versailles. Questo capolavoro neoclassico venne edificato in soli tre anni (1777-1780) da Giuseppe Piermarini sotto gli Asburgo. Destinato a residenza di campagna dell'Arciduca Ferdinando, figlio di Maria Teresa d'Austria, e composto da circa 700 ambienti, con Napoleone divenne Palazzo Reale e con i Savoia residenza estiva. Ma dopo l'uccisione di Umberto I la famiglia reale non vi mise più piede. Parte degli arredi finirono al Quirinale e con gli anni cadde in un profondo abbandono. Ora, dopo alcuni lavori di restauro (l'ultimo nel 2014) è aperta al pubblico che può visitare un'altra delle meraviglie d'Italia.

E un'altra meraviglia, in senso goloso, sta proprio davanti alla Reggia, l'Hotel de la Ville, con il ristorante Derby Grill. I vulcanici fratelli Tany e Luigi Nardi, viaggiatori golosi, hanno affidato i fornelli a Fabio Silva, cuoco napoletano dal tocco che non si dimentica, e la sala a Roberto Brioschi, facendo del loro hotel una meta per appassionati gourmet: ostriche, purea di ananas arrostito e cipolla ramata di Montoro; uovo di selva in camicia su spaghetti di patate al vapore, consommé ristretto ai funghi freschi e bitto; petto d'anatra alle lenticchie di Castelluccio e melagrana. Un finale veramente reale.

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