Neve sull’anima e sulla vecchia Fiera

di Tommy CappelliniLa raggiunsi che aveva oltrepassato il cancello di almeno venti metri.
Dove voleva andare? Intanto si era fermata.
Se ne stava immobile sotto i larghi fiocchi come un lampione spento, le mani scomparse nelle tasche del cappotto, la testa che guardava in basso verso un cumulo di neve. Temetti ancora degli scatti immotivati, come se qualcuno la colpisse sulla schiena, per farla correre. Nel qual caso sarebbe stato difficile starle dietro, e ritrovarla. Dovevo evitare di far rumore, di farmi vedere, anche se oramai contavo uno zero ai suoi occhi, e molto probabilmente le sue pupille sarebbero passate su di me come sulla notte.
TEMPO DI ADDIO
Cercai di muovermi il più piano possibile, tra gli alberi del minuscolo parco in zona vecchia Fiera, dove a quel tempo abitavamo, condividendo, oltre all’affitto, i fastidi di un addio dato solo nel cuore, e non ancora a voce.
Avrei voluto oscurare l’ombra che doveva pur esserci, in quel buio di Santo Stefano, le quattro e trenta e un gelo da far ricciare, come proverbiava mio padre, agli asini il pelo sulla groppa. Avrei voluto tornare indietro di mesi, convinto, così, di riparare a tutte le mie disattenzioni.
Ma adesso? Come si riporta a casa una ragazza dagli occhi verdi e dai capelli neri, che avevo trovato seduta solo poche ore prima su un gradino delle scale condominiali, mentre ondeggiava tale e quale i catatonici che avevo visto in un documentario? Ondeggiava, e chiedeva all’aria: «Chi sono io per te?». Sentii due volte questa domanda, posta in un tono che non dimenticherò. La ricondussi dentro, dove mi fece subito una sfuriata imprevista. Dovetti persino forzare la serratura del bagno dove si era chiusa. Gli appartamenti di fronte al nostro aprivano i loro occhi gialli uno dopo l’altro, nella notte di un grigio ovattato. Cominciava già il mio confronto con l’aspetto sociale della malattia. Riuscii a farle inghiottire una pastiglia, come un prete quando distribuisce l’ostia: più con pietà che con amore.
APPENA PRIMA DELL’ALBA
Non era ancora l’alba che la sentii frusciar fuori dalle coperte, indossare il cappotto e aprire l’uscio. Forse credeva stessi dormendo, forse per lei non esistevo già più. In realtà, ben desto, mi domandavo: era da considerarsi pericolosa? La risposta me l’ero già data prima di coricarmi, quando avevo fatto sparire dal cassetto della cucina coltelli, forchette e forbici in un sacco di plastica, pigiandolo dietro una fila di libri.
Contai fino a dieci, aspettai lo scatto della porta d’ingresso, poi mi decisi. I jeans, il maglione, il giubbino, i gradini due a due; e uscii nella notte: nevicava fitto, e le sole luci erano quelle delle lampade al sodio della strada di fronte. Notai sui davanzali di alcune finestre dei lumini rossi come si usano nei cimiteri. Quando era iniziata questa tradizione? Varcato il cancello, era lì, lampione spento.
All’improvviso, si piegò sulle ginocchia e tese le braccia quasi stesse per raccogliere un gatto. Sforzai la vista e la vidi impastare la neve fino a formare una palla. Scattò in piedi, dandomi sempre le spalle - quindi non doveva proprio avermi sentito né visto - e la lanciò nel buio.
Udii un flebile tonfo. Quindi un secondo. Un terzo... ma contro chi le lanciava?
Lei si voltò. I denti le sfavillarono cattivi. Poi lasciò cadere le braccia lungo i fianchi, per rassegnazione. Riconobbi subito la sofferenza che doveva avere nell’anima. Non la rapportava a se stessa, la pativa e basta. Come un pezzo di carne vivo può emettere sangue senza accorgersi...
Ma rimisi via lo stupore. Bisognava rientrare in casa, scaldarsi, nascondersi dietro le palpebre. Non sapevo ancora come agire. Nessuno mi aveva mai insegnato come comportarmi in quei momenti, e le mie esperienze di psichiatria erano quanto mai fragili: un paio di esami all’università, un decennio prima. Non mi rimanevano che le letture. Interrogai così la mia erudizione, in cerca di aiuto.
INTELLETTUALE NELLA NEVE
Nietzsche... La famiglia Fino... Mi stupii di me stesso. Cosa un intellettuale non riesce a rammemorare sotto la neve, di notte, alle prese con una compagna in odore di pazzia? Ma che colpa avevo, io, di questo mio modo di pensare? Non era forse la prova che non eravamo fatti l’uno per l’altra, nonostante sette anni di convivenza? Non ne avevo già avuto sentore in passato, senza darvi peso? Avevo ignorato anche chi mi aveva messo al corrente che nella sua famiglia gli antidepressivi circolavano come noccioline.
Dovevo pur rimanere calmo per dare il tempo alle nozioni di farsi avanti. Quell’altro impazzì a Torino proprio sotto le feste, ricordai, e di nuovo il sangue mi si raggelò. Ero alle prese con un misterioso anniversario? A Torino, un secolo prima, in questo periodo dell’anno così pieno di sortilegi, la famiglia Fino riuscì a nascondere i comportamenti folli dell’ospite fino a quando non si fecero insopportabili. Fu assoldato un medico per accompagnarlo durante il viaggio verso Basilea. Non deve esser stato un trasporto semplice, mi dissi. Il Superuomo voleva arringare la folla a ogni stazione, ma il dottore - che dovva essere un maestro di astuzia - lo convinse che un grande principe rivoluzionario aveva l’obbligo, per non rovinare il proprio ingresso in città, di viaggiare in incognito, senza salutare nessuno...
La neve continuava a cadere indifferente.
E io pensavo: bisogna essere un po’ subdoli per poter condurre un alienato a destinazione. Assecondare la sua logica. Essere insieme con lui.
E dissi:
«Ewa... Vieni... È tutto pronto dentro... Tutti stanno aspettando... Anche il prete. Oggi, finalmente, come volevi, ci sposiamo...»
Nel buio lei aveva intanto ripreso la sua battaglia di neve.
AL PRONTO SOCCORSO
Poche ore più tardi, cominciava ad albeggiare, eravamo in auto diretti al pronto soccorso del Niguarda. Ero riuscito a calmarla, o forse era l’effetto della pastiglia.
Se ne stava accovacciata sul sedile del passeggero, i lineamenti del viso addolciti dalla stanchezza - che doveva essere enorme - e guardava fuori dal finestrino. La penombra cinerina dell’aurora si allungava sugli stretti prati innevati ai lati della strada.
I medici le diagnosticarono una psicosi acuta e le imposero un ricovero coatto, poiché, così mi dissero, poteva essere pericolosa per sé e per gli altri.
Tornai a trovarla tutti i giorni seguenti, portandole dei dolci che non mangiava e delle minuscole rose fresche che misi in un bicchiere di plastica accanto al letto. Dopo una settimana la sua famiglia, che non si faceva viva da anni e non so come era stata informata del suo ricovero, venne a prelevarla.
Mi scrisse per qualche tempo delle brevi lettere da una kurhaus nel cantone dei Grigioni. Una notte, Ewa riuscì a eludere la sorveglianza, e di lei non si seppe più nulla. Trovarono il suo maglioncino leggero a righe bianche e viola su una panchina davanti al lago di Sils e, accanto, il filo di caucciù con il ciondolo a forma di timone.
ESTREMO ORIENTE
Lasciai Milano prima per Trieste, poi per Capodistria, infine per Hong Kong, dove da dieci anni lavoro come contabile nell’ufficio di un imprenditore svizzero che produce in Vietnam finimenti per cavalli, per poi rivenderli in Inghilterra.
Non ho più avuto relazioni sentimentali. Non ho il vantaggio di quell’oblio attivo che per molti è garanzia di una vita interiore abbastanza tranquilla.
La luce violetta dell’alba mi trova sovente sveglio al ventitreesimo piano del grattacielo dove abito, nel distretto occidentale.
La notte, leggo molto. Da un libro di poesie russe, pochi giorni fa, ho ricopiato questi versi:
Amai soltanto il suono delle campane
e il tramonto
non fui colpevole - e allora
perchè, perchè tanto male?
UNA LUNGA VACANZA
L’inverno scorso, l’imprenditore svizzero mi concesse una vacanza più lunga del solito, a causa della crisi finanziaria che aveva colpito pure l’Estremo Oriente, e così decisi di rivedere Milano.
Occupai una camera in un piccolo hotel di via Ariosto, vicino al cinema dove portavo sempre Ewa a vedere quei film sofisticati e cinici che così tanto mi piacevano a quel tempo.
Una sera, nonostante nevicasse, anziché rosicchiarmi le unghie davanti all’ultima edizione di un telegiornale italiano, volli fare una camminata.
Accadde dopo che ebbi oltrepassato via Marghera per imboccare viale Faruffini. Mezzanotte era trascorsa da un po’.
Una palla di neve mi colpì il petto, sulla sinistra. Guardai nella penombra se ci fosse qualcuno in vena di scherzi, ma tutto era immobile.
Ne arrivò un’altra, e si sciolse subito, impregnando d’acqua la lana grigia del cappotto.
Ne arrivò una terza. Ma chi era, cosa voleva? Cominciai a guardarmi tormentosamente intorno.

Commenti