Quegli scatti rubati al Marco Polo del nuovo millennio

Le imprese dell'esploratore Walter Bonatti in un'emozionante esposizione di gigantografie

Quegli scatti rubati al Marco Polo del nuovo millennio

Pagaia con vigore nel Klondike, scruta l'orizzonte da un pinnacolo sull'isola di Rapa Nui, nuota sotto lo sguardo attonito di un ippopotamo in un fiume ugandese, lascia dietro di sè impronte pesanti sulle dune del deserto africano. Lui è Walter Bonatti ed in questi scatti era finalmente felice. Ecco, la mostra che inaugura oggi, fino al'8 marzo 2015, a palazzo della Ragione è innanzitutto il racconto per immagini di un uomo, grandissimo e combattuto, famoso e schivo che finalmente aveva trovato la sua dimensione, quella della libertà. Scalatore fra i più forti di sempre, esploratore curioso ed anche bravissimo fotografo. Se un eroe omerico dovesse scegliere di «rivivere» oggi, vivrebbe alla Bonatti: astuto come Ulisse quando sul pilone del Dru escogitò quel pendolo di corde per superare una placca di granito impossibile; coraggioso come Ettore anche in quella che poteva essere la sua ultima battaglia sul Freney, dove salvò quanti più compagni in una tragica ritirata, e poi forte, fortissimo, come Achille in ogni prova che la vita gli mise davanti, processo (per la vicenda del K2) e malattia compresi. Sono una cinquantina gli scatti esposti, grazie al Comune, assessorato Cultura, Civita, Contrasto e Gamm Giunti, in «Fotografie dai Grandi Spazi» a Palazzo della Ragione, sempre più, dopo il successo dei 70mila che hanno apprezzato le foto di Sebastiao Salgado, il tempio della fotografia milanese. E sono tutte un miracolo: i curatori Alessandra Mauro e Angelo Ponta, in collaborazione con l'archivio Bonatti e la famiglia Vicario – Podestà, hanno realizzato da 50 anni di Kodakrome delle gigantografie che il tempo non riesce a scalfire. Commentate dallo stesso Bonatti, sono in grossa parte i reportage che Bonatti realizzò da inviato per la rivista Epoca, oggi sotto l'egida di Contrasto. In ogni suo viaggio «orizzontale» l'alpinista - esploratore riviveva i miti di una vita: ora era Tom Sawyer, ora Tarzan, ora Robinson Crusoe. «Come il viandante sui mari di nebbia dipinto da Friedrich», spiega Ponta, «Bonatti ha vissuto in prima persona le avventure che ognuno di noi ha sognato». E le ha spesso vissute da solo, come in fondo piaceva a lui, e come dimostrano i rudimentali ed ingegnosi sistemi di autoscatto che lo portavano ad impiegare anche ore per scattare una foto. Niente selfie, nessuna go pro, solo fili di acciaio che spesso gli animali gli mangiucchiavano prima che riuscisse ad azionare il timer. Ma tant'è. In mostra c'è anche la macchina da scrivere, dono del giornale di Monza al ritorno dal K2 nel 1954 che Bonati usò fino all'ultimo, cercando i nastri ormai introvabili in tutta Italia. Già, la montagna apre il percorso: la sua voce, registrata in una conferenza del 2006, illustra il suo poker più vincente ( e doloroso) di scalate, Il K2 nel 1954, il Dru nel 1955, il Freney nel 1961 e l'ultima ascensione «in verticale», la solitaria alla Nord del Cervino nel 1965. Accanto ecco i guanti di lana, gli scarponi di cuoio e il suo caschetto. Niente goretex, ante suole in vibram. Bonatti era così. Antico e modernissimo come negli unici due fumetti degli anni 90 – una vera chicca che la mostra è riuscita ad animare – dedicati alle sue spedizioni dall'editore Baldini per il mensile «Magic boy». Proprio come Bonatti. Magico «ragazzo» che per 80 anni ha sempre scalato i suoi sogni. Info www.palazzodellaragionefotografia.it

Commenti