Mimmo Gangemi, il dramma (glorioso) di Edda e Galeazzo

Edda e Galeazzo Ciano in udienza dal Papa
Edda e Galeazzo Ciano in udienza dal Papa
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La notte odora di legno lucido e fumo di sigaro. A Roma piove, ma nelle sale di via Nomentana i lampadari brillano come se fosse sempre estate. Galeazzo Ciano osserva il riflesso del bicchiere, la luce che si piega sul vino rosso. Edda è dall'altra parte della stanza. Non sorride. Non ancora. Indossa il suo vestito migliore, quello che le cade sulle spalle come un guanto di seta. Sa di essere guardata, sa di scegliere lei quando concedersi. Non c'è bisogno di parole. Lui sa che quella donna è già un patto. E che quel patto non lo salverà.

C'è un momento in cui la storia si innamora di se stessa. Non è il trionfo, non è la guerra. È il gioco segreto che si consuma tra un uomo e una donna, quando intorno tutto è potere, uniformi, sguardi che pesano. Mimmo Gangemi in A me la gloria (Solferino) racconta Galeazzo Ciano e Edda Mussolini come due protagonisti di un dramma che ha il passo lento della seduzione e il ritmo implacabile della tragedia.

Roma è un teatro. I saloni di via Nomentana, i corridoi del ministero, i ricevimenti in cui il vino è sempre troppo e le parole mai abbastanza. Ciano è il genero perfetto per il Duce: elegante, figlio di un ammiraglio, uomo che sa piacere e farsi ascoltare. Edda è la figlia ribelle e orgogliosa, la prediletta di Mussolini, capace di amare e sfidare nello stesso respiro. Si scelgono per passione, ma anche per quel destino che la politica sa cucire addosso come una divisa.

Gangemi li segue senza giudicarli. L'amore diventa filo rosso, ma intorno si addensa il tempo del fascismo, con i suoi marmi e le sue crepe. Il Patto d'Acciaio, la guerra che non si vince, le alleanze che si spezzano, la voce cupa dei giorni del crollo. Ciano scrive nei diari, Edda combatte con la sola arma che le resta: il coraggio di non voltarsi. È un amore che conosce i tradimenti, ma non cede mai alla banalità. Si amano dentro il rumore di un mondo che finisce.

Il titolo, A me la gloria, è un inganno lucido. La gloria non è mai solo splendore: è maschera, illusione, moneta avvelenata. Per Ciano e Edda significa camminare sul filo, dove ogni passo è un patto e ogni sorriso un segreto. Fino all'ultimo atto, quando la Storia presenta il conto: la prigione, il processo, il plotone. E lei che, fino all'ultimo, non smette di lottare per salvarlo.

Gangemi non scrive un saggio. Fa scorrere la penna come se tenesse in mano una cinepresa: primi piani sulle mani, sulle frasi lasciate a metà, sulle stanze vuote dopo una cena. Ci sono momenti di luce, come quando Edda sorride al marito sotto lo sguardo di mezzo regime, e momenti di buio, come le ore a Verona, quando la neve cade e il freddo non è solo inverno. È un romanzo che non assolve e non condanna.

Restituisce la vita com'era: fatta di amori imperfetti e ambizioni smisurate, di fedeltà e tradimento, di gloria e rovina. E nel raccontare Ciano ed Edda, fotografano anche l'Italia di quegli anni, sospesa tra il desiderio di grandezza e l'incapacità di fermarsi sull'orlo del precipizio.

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