IL MINISTRO GIORGIA MELONI

RomaIl ministro della Gioventù Giorgia Meloni è contraria all’accelerazione chiesta dalla Commissione europea e anche a parificare l’età delle pensioni di vecchiaia per le donne nel settore privato. Ma è anche convinta che il problema, in prospettiva, sia un altro, molto più grave. Quello delle nuove generazioni, che avranno pensioni basse. Per loro «un anno in più o in meno significa poco». La parità tra uomini e donne la raggiungeranno perché «saranno tutti poverissimi».
In linea di principio lei è d’accordo a parificare i requisiti della pensione tra uomini e donne nel pubblico impiego?
«In linea di principio nessuno è contrario, ma la posizione presa da Bruxelles pone problemi che riguardano l’applicazione in tempi brevi».
Guardi che le opposizioni sostengono che il governo non sta trattando con la Commissione. Sbagliano?
«La trattativa è vera. Conosco bene Maurizio Sacconi e so come la pensa. È anche, come lui, credo che l’Europa dovrebbe calare le sue decisioni alle caratteristiche di ogni Paese».
Veramente in Italia c’è chi vorrebbe semmai spingere sull’acceleratore anche sul privato.
«Se in Italia abbiamo età di pensionamento diverse non è perché siamo pazzi, ma perché le donne hanno da sempre una serie di difficoltà. Viviamo in una società che fa pagare alle donne il grosso della cura della famiglia. La prova è che gli uomini riescono a ritirarsi dal lavoro con la pensione di anzianità in media intorno ai 61 anni. Per questo non si può obbligare le donne ad andare da subito a 64. È un problema che riguarda meno il pubblico impiego, ma non si può non tenerne conto. Certe decisioni prese con l’accetta rischiano di creare iniquità».
La trattativa deve continuare?
«Io penso di si. Ma non possiamo permetterci di incappare nelle sanzioni europee. Sono più di 700mila euro per ogni giorno di ritardo».
I risparmi di un eventuale anticipo dove li impiegherebbe?
«In strumenti che siano utili alle donne. In politiche che permettano alle madri di conciliare la vita familiare e il lavoro. In Italia non ci sono e non a caso abbiamo un tasso di fertilità basso e un altrettanto basso livello di occupazione femminile».
Pensa che quando la sua generazione andrà in pensione ci saranno ancora disparità di trattamento tra uomini e donne?
«Io penso che non ci saranno differenze, perché le nuove generazioni rischiano di essere poverissime. Per i giovani questo dibattito, un anno di anticipo o qualche anno in più al lavoro significa poco, visto che la prospettiva è quella di pensioni che arriveranno a malapena al 40 per cento dell’ultimo stipendio. È questo è un problema che riguarda in particolare i lavoratori atipici».
Bisognerà aspettare un’altra sentenza di Bruxelles per garantire un minimo di equità tra generazioni?
«Questa è una grande questione e io intendo porla a breve ai miei colleghi del governo. Prima che diventi un’emergenza, bisognerà porsi il problema di come garantire alle nuove generazioni pensioni che, perlomeno, siano adeguate ai contributi che hanno pagato».

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