Mi sono commosso, e non mi succede spesso, durante la visione del documentario Tabloid all'italiana. Nino Nutrizio e La sua Notte. Lo ha realizzato Cristina Nutrizio e lo trasmetterà Sky Arte. Devo molto, se non tutto, a Nutrizio. Fu lui a darmi un'occasione in un giornale davvero importante. Non dimentichiamo che La Notte vendeva 250mila copie, ed era letteralmente un'invenzione di Nutrizio. Mentre lavoravo all'Eco di Bergamo, venni a sapere che il corrispondente da Bergamo della Notte aveva lasciato il suo posto. Tentai la sorte e chiesi a Nino Nutrizio, direttore della Notte, di assumermi. Nutrizio incuteva timore e dava del "voi". Era il 1968, mi recai a Milano, in piazza Cavour, nel Palazzo dell'Informazione che un tempo ospitava il Popolo d'Italia, il giornale di Benito Mussolini. Mi accolse con un discorso agghiacciante e indimenticabile. Posso recitarlo parola per parola: "Se L'Eco di Bergamo, il peggior giornale del mondo, non vi ha ancora assunto, mi viene il sospetto che voi siate cretino. Vi terrò in prova tre mesi. Se vi dimostrerete all'altezza, e lo ritengo assai improbabile, sarete assunto. Altrimenti tornerete a fare il collaboratore all'Eco, nell'interesse vostro e soprattutto nostro". In ottobre cominciai. Dalla Notte sono passati molti giornalisti già affermati o destinati al successo: Enzo Biagi, Carlo Rossella, Vittorio Zucconi, Natalia Aspesi, Guido Gerosa, Pier Boselli, Morando Morandini. Era uno squadrone, e io ero l'ultimo arrivato.
L'antivigilia di Natale, fui informato di un omicidio tremendo nella Bergamasca. Mi precipitai. Un uomo aveva ucciso una prostituta davanti agli occhi di una bambina di due anni. Quando arrivai, la piccola era sotto il tavolo. Aveva una fetta di panettone in mano, ed era circondata dal sangue della madre. Se ci penso, ancora mi viene da piangere. Tornai in redazione e scrissi un lungo pezzo. La Notte era il quotidiano del pomeriggio. Alle 14 corsi in edicola. Guardai subito l'ultima pagina, quella di Bergamo Notte. Niente. Non c'era neanche una riga. Nutrizio aveva ragione, non ero all'altezza. Ero disperato. Tornai in redazione e mi accasciai con la testa tra le mani. Squillò il telefono. Risposi: era Nutrizio, oddio, era finita. Lo ascoltai dire: "Il vostro articolo, come avrà capito, è stato di nostro pieno gradimento. Lei è assunto. Da questo momento la prova è finita. Sarà contento di aver la sicurezza di non essere cretino". In semiconfusione ripresi il giornale tra le mani, e lo girai: il mio articolo era in prima pagina nella sezione nazionale, ipotesi che io non avevo neppure preso in considerazione. Ricordo il titolone: Delitto di Natale.
Presto venni trasferito alla sede milanese. Imparai il mestiere da Mario Bertoli, ma anche da Nutrizio stesso. Arrivai il 15 maggio 1973. Due giorni dopo l'anarchico Gianfranco Bertoli lanciò una bomba durante la cerimonia di inaugurazione di un busto di Luigi Calabresi, assassinato da Lotta Continua. Da Piazza Cavour a via Fatebenefratelli ci sono poche centinaia di metri. Nutrizio per primo si lanciò fuori dalla redazione, con il taccuino in mano. Noi lo seguimmo in blocco. Nella azione morì una ragazzina. Poco più in là, Enzo Tortora, amico di Calabresi, piangeva. Non mi sentivo in grado di scrivere un articolo su quel fatto. Lo feci. Onestamente era modesto. Poi Nutrizio mi mandò dalla famiglia della ragazzina morta. Tornai gonfio di lacrime e scrissi un pezzo di pancia. E quello mi riuscì bene. Da quel momento, le stragi furono mie, da piazza della Loggia alla rivolta del carcere di Alessandria. In quest'ultima occasione dettai a braccio l'articolo a Nutrizio. Capisci: a Nutrizio, che non si vergognava, quando c'era bisogno, di tornare cronista o di fare i lavori più umili come il dimafonista. Ecco perché dico che fu il direttore che mi insegnò più cose.
Era un duro. Esule dalmata, di Traù. Nella Seconda guerra mondiale lo spedirono in Africa. Era il 1941. Le navi italiane furono affondate dagli aerei inglesi nel Mediterraneo. Fu una strage. Ma Nutrizio riuscì a restare a galla per sette ore. A un certo punto, gli inglesi, che pattugliavano la zona, decisero di rendergli merito e lo ripescarono. Lo inviarono in un campo di prigionia in Inghilterra. Ne approfittò per imparare la lingua. Iniziò a leggere i tabloid inglesi, più popolari rispetto ai nostri quotidiani di allora. Iniziò a pensare che, al ritorno in Italia, avrebbe cercato di fare un quotidiano simile. Un tabloid all'italiana, ecco cosa era La Notte. Dopo alcuni anni, Gino Palumbo mi chiamò al Corriere d'Informazione, concorrente della Notte. Mi fece una grande offerta. Accettai.
Nutrizio, per usare un eufemismo, non la prese benissimo. Mi diede del traditore, mi coprì d'insulti, la mia fuga fu accompagnata dalle sue urla. Un paio d'anni dopo incontrai Angelo Rizzoli, il padrone del Corriere della sera, un uomo con il quale ero in ottimi rapporti. Gli raccontai la mia uscita dalla Notte. Mi guardò stranito: "Ma tu sai chi ti ha raccomandato qui?". "Nessuno". "È stato Nutrizio. Gli chiesi se aveva qualcuno da segnalare per il Corriere, e lui mi disse: Quelli bravi sono andati via tutti.
Me ne è rimasto uno strambo che si chiama Vittorio Feltri". Nutrizio non mi aveva mai detto niente. Non voleva togliermi il merito, e neppure dare una impressione di debolezza alla redazione. Un maestro, un uomo ammirevole.