«Mio marito Witold un purosangue feroce che visse per l'arte»

Si sposarono pochi mesi prima della morte dello scrittore. Da allora lei ne cura l'opera

Davide Brullo

Spossato. Questo è il suo genio. «Per tutto il mio viaggio in Europa mi sono sentito fisicamente spossato», scrive nel Diario, l'autobiografia di un asceta del grottesco. Siamo nel 1964, Gombrowicz (1904-1969) ha interrotto l'esilio argentino, ha scritto i libri decisivi ed è spossato, in fuga dagli altri, da sé. In Argentina gli era insopportabile Borges («patetico eremita cieco»), a Berlino il blabla con Peter Weiss e Uwe Johnson («Era il Nord fatto persona. Un nordico talmente nordico che... non sono mai riuscito a cavarne niente») è dialogo tra muti, letteralmente, letterariamente, non li capisce; a Parigi è tentato da Sartre, gli garba Jean Genet («il nostro lestofante ha fiuto»), ma la noia lo ammorba; quanto a Le Clézio futuro Nobel per la letteratura ne apprezza il ceffo da divo («bellissimo, e soprattutto fotogenico») e nient'altro. Insomma, Witold è un uomo solo, coltiva la spossatezza come disciplina. Finché. Maggio 1964. «Mi stabilii a Royaumont, a trenta chilometri da Parigi. Un'abbazia del tredicesimo secolo dove san Luigi serviva i monaci e da dove, per un certo tempo, è stata governata la Francia». Lo schema spirituale è lo stesso «io bastian contrario, io spettrale, io divertito, io torturato, io vivo, io morente» con una variante. Lei. Rita Labrosse, 29 anni, canadese, impegnata in una tesi di dottorato su Colette, di sfibrante bellezza. Lui ha trent'anni più di lei, le chiede di cambiare progetto di tesi «la faccia su di me» se la porta a Vence. Witold e Rita si sposano il 28 dicembre di cinquant'anni fa (poco prima lei ha discusso la fatidica tesi su Colette); lo scrittore muore una manciata di mesi dopo. Nelle fotografie, Witold ha sempre la faccia truce è atrocemente spaesato, spossato, sposato lei sembra il frutto maturo della sua immaginazione, la sua anima in forma di donna, tra miele e malia. Per il resto della vita, Rita si destina a studiare e a divulgare l'opera di Witold. Amore, in questo caso, è parola vacua: bisogna dire dedizione, feroce dedizione.

Leggo in una pagina del Diario: «Ieri Rita e io siamo entrati nel 1967. Noi due soli, senza champagne, contemplando dalla finestra il silenzio e il vuoto». Le chiedo: come ha conosciuto Gombrowicz, da cosa è stata attratta?

«Ho incontrato Gombrowicz nel maggio del 1964 a Royaumont, vicino Parigi. Intellettuali più o meno celebri venivano a passarci i fine settimana. Era un luogo vivo e molto alla moda. Io sono canadese-francese ed ero venuta in Francia per fare un dottorato in Lettere. Ero a Royaumont per terminare la mia tesi su Colette. Gombrowicz arrivava da un anno a Berlino Ovest. Era uno scrittore polacco esiliato che aveva passato più di 23 anni in Argentina. Parigi aveva appena scoperto il suo teatro con la pièce Le mariage che aveva fatto scandalo. Aveva 59 anni, io 29. Dopo tre mesi di soggiorno Witold mi ha chiesto di partire con lui per Barcellona. Ho risposto che non potevo a causa della mia tesi. Lui mi ha detto: Cambi il soggetto della tesi, la faccia su di me. Gliela scriverò, non importa dove, in 15 giorni!. Questo non è stato possibile. Abbiamo deciso di trasferirci nel Sud della Francia, a Vence, nelle colline vicino a Nizza, dove c'era una nuova università. Vi abbiamo vissuto cinque anni, fino alla sua morte. Ho discusso la mia tesi durante il Maggio '68, tra il sarcasmo di Witold. A distanza di 50 anni, continuo a fare una tesi piuttosto strana su Gombrowicz. Sono una studentessa a vita, che passa senza sosta degli esami».

Che significato dava Witold alla parola «amore»?

«Gombrowicz ha scritto in Testamento che era incapace di amare, che l'amore gli era stato negato una volta per tutte. Quello è un bilancio scritto alla fine della sua vita. Non so quanto fosse dispiaciuto di essere stato privato di un amore e di una felicità normali. Gombrowicz è stato un profeta, estremamente lucido, incapace di perdere il controllo. Dunque, come poteva cadere nell'amore? Gombrowicz era uno specialista della giovinezza, un manager dell'immaturità, come lo aveva definito il suo amico scrittore Bruno Schulz. In quel momento della mia vita ha appagato la giovane donna immatura che ero. Io no, non cercavo la normale felicità familiare. Volevo crescere, imparare, conoscere nuovi mondi».

Nella stessa pagina del Diario Gombrowicz si descrive, delineando la vita di tutti i giorni, «un santo... e un asceta». Come viveva Gombrowicz?

«Witold era un essere quasi sempre sofferente ma resisteva e non si lamentava mai. Sapeva che cosa significasse ritrovarsi solo alla fine del mondo, con due valigie, senza denaro, senza parlare la lingua del posto. Ha conosciuto la miseria durante la guerra, ha rifiutato di tornare in una Polonia diventata comunista e stalinista. Ha preferito vivere modestamente a Buenos Aires. Era un artista intransigente che non ha mai tradito le esigenze della sua arte. Ha preferito restare povero, sconosciuto, libero e indipendente. Lui solo sa il prezzo che ha pagato. Detto ciò, non si deve immaginare un Gombrowicz triste e scorbutico. Aveva senso dell'umorismo e del ridicolo. Diceva che bisognava accontentarsi dei piccoli piaceri della vita».

Che importanza ha avuto la lunga parentesi argentina per Gombrowicz? Risalta in modo feroce la ribellione di Gombrowicz a Borges e a ciò che rappresenta Borges per la storia della letteratura.

«L'Argentina è stata più di una lunga parentesi. È stata una parte importante della sua vita, vissuta come una liberazione. In Polonia, durante la sua giovinezza, viveva un esilio dell'interiorità. In Argentina era davvero in esilio, ma libero di diventare pienamente se stesso senza lo sguardo e il giudizio della famiglia e della società. L'Argentina, paese della giovinezza e dell'immaturità, era scritta nel suo destino. È stato durante questo soggiorno di 23 anni e 226 giorni, come annotato in Kronos, che ha scritto la maggior parte delle sue opere. Senza l'Argentina non avrebbe scritto il suo Diario, la sua opera principale, che sempre più viene tradotta nel mondo. Gombrowicz riconosceva il valore di Borges ma era il suo opposto. Borges faceva parte dell'intellighenzia che gravitava attorno alla rivista Sur, diretta da Victoria Ocampo. Era l'establishment argentino sottomesso a quello di Parigi. Dopo la traduzione di Ferdydurke, scritto prima della guerra e tradotto nel 1947 da un gruppo di amici al Caffè Rex di Buenos Aires, in condizioni stravaganti, il gruppo della rivista Sur l'ha completamente ignorato. Gombrowicz era un outsider che frequentava i giovani e gli sconosciuti».

«Lasciamo l'artista solo con la sua opera... l'arte è un'impresa delicata, ha bisogno della penombra», dice Gombrowicz a Dominique de Roux. Che idea ha Gombrowicz dell'arte e dei rapporti tra arte e politica?

«Gombrowicz si definiva artista e non scrittore perché diceva che chiunque può essere scrittore mentre per essere un artista bisogna avere la personalità, come dire fare un lavoro costante su se stesso. Un artista non può che essere impegnato nella sua arte, che è scegliere il meglio. L'arte non deve essere sottomessa a niente e a nessuno se non all'arte stessa. Gombrowicz è il contrario di uno scrittore impegnato come Sartre, che è al servizio della politica. L'artista secondo Gombrowicz è un purosangue feroce e indomabile».

L'anno prossimo scoccano i 50 anni dalla morte di Gombrowicz: che cosa ancora, a suo avviso, dobbiamo scoprire e ri-scoprire del grande scrittore?

«Gombrowicz è stato un precursore. Ha colonizzato terre vergini della cultura come l'immaturità e la questione della forma. Solo ora è davvero nostro contemporaneo. La sua opera è più attuale che mai. Per convincersene, bisogna semplicemente leggerla o rileggerla con uno sguardo nuovo, non contaminato da mode o pregiudizi».

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