"Il mio Pinocchio rivive oggi in questa Italia di bugiardi"

Il bambino reso celebre dallo sceneggiato Rai diretto da Comencini nel '72: "Il burattino di Collodi è lo specchio fedele del nostro Paese"

"Il mio Pinocchio rivive oggi in questa Italia di bugiardi"

Oggi Andrea Balestri, 57 anni, ex mitico Pinocchio dello sceneggiato Rai di Luigi Comencini del 1972, parla con la saggezza foderata di umanità di Geppetto: nulla a che fare con la stucchevole saccenza del Grillo Parlante o col moralismo giulebboso della Fata Turchina. E se, fisicamente, Andrea sta virando sul modello mastro Ciliegia, l'anima è rimasta la stessa dei tempi del viaggio nel Paese dei balocchi, con Lucignolo compagno di sventura.

Quella del piccolo Balestri è una fiaba personale nella favola universale del suo alter ego scolpito in un ciocco di legno: un bambino prodigio in carne e ossa e un burattino di segatura altrettanto prodigioso; capaci entrambi, mezzo secolo fa, di inchiodare davanti al televisore un numero di italiani rimasto un record nella storia degli sceneggiati Rai. Balestri fa l'operaio (ma ha pure una sua compagnia teatrale), ma pensa spesso a quel tempo lontano eppure così vicino nella memoria di almeno due generazioni. Gli attuali 50enni - già pericolosamente in bilico sul «precipizio» delle 60 primavere - ricordano bene le atmosfere (a volte tristissime) e la musica (strappalacrime) di quel Pinocchio condiviso davanti alla tv, con i genitori che ci dicevano: «Vedi che succede a dire le bugie?». E tu, anche se le bugie non le dicevi, ti sentivi lo stesso in colpa. O perché, pur non vendendoti l'«Abbecedario, avevi marinato la scuola o ti eri riproposto di farlo.

Andrea, partiamo dall'inizio. Com'è accaduto che scegliessero lei per il ruolo di Pinocchio?

«I candidati erano migliaia. Ma alla fine per il provino decisivo ci ritrovammo in cinque: tutti toscani».

Chi vi fece il provino?

«Il regista in persona. Luigi Comencini».

In cosa consisteva la prova?

«Comencini ci chiese: Ma uno di voi ce l'ha il coraggio di prendere questo martello e spaccare il quadro che è sulla parete?».

Cosa rispondeste?

«Gli altri quattro bambini rimasero immobili senza dire nulla. Io invece impugnai il martello e feci il quadro in mille pezzi».

Reazione di Comencini?

«Mi disse: Ma come ti sei permesso? Lo hai rotto davvero!».

Lei scappò via per la vergogna?

«Macché. Gli feci: O grullo! Me l'hai detto tu di spaccarlo!».

Risultato?

«Il giorno dopo, la produzione chiamò il mio babbo: Comencini ha scelto suo figlio. Venite subito a firmare il contratto».

Quanti anni avevi.

«Sette. Ero il più piccolo di sei fratelli. In famiglia erano orgogliosi di me. Mio padre faceva l'imbianchino e mia madre la casalinga. Non navigavamo nell'oro. E i soldi di quel contratto furono una benedizione».

Quanto durarono le riprese?

«Otto mesi per registrare cinque puntate. Io e papà partivamo ogni lunedì da Pisa e raggiungevamo il set. Il venerdì tornavamo a casa».

Che ricordi ha di quell'esperienza?

«Meravigliosi. Anche se a volte, la sera, faceva capolino la malinconia. Mi mancava mia madre. A volte piangevo».

Per fortuna c'era la Fata Turchina a consolarti.

«Buona quella. Con Gina Lollobrigida non sono mai andato d'accordo. Era totalmente indifferente rispetto al fatto che io fossi un bambino. Ma forse soffriva per il fatto che il vero protagonista della storia ero io, mentre lei aveva solo un ruolo minore. Una volta litigammo furiosamente e si venne quasi alle mani».

Addirittura. Pinocchio «picchiato» dalla Fata Turchina. Roba da far rivoltare nella tomba Collodi. Motivo della lite?

«Dovevamo fare un servizio fotografico. Ma la Lollobrigida si presentò con un ritardo di ore. Allora, quando si degnò di arrivare, io urlai: E ora il servizio fotografico con te non lo faccio più».

Bel caratterino. E la «Lollo» che disse?

«Mi offese con una parolaccia in dialetto romanesco».

Quale?

«Irripetibile».

Pazzesco, la Fata Turchina che oltraggia un bambino.

«Ma io non mi persi d'animo. E risposi con una parolaccia in dialetto pisano. Allora lei fece il gesto di darmi un ceffone. Intervenne mio padre e nel parapiglia la Lollobrigida fece un ruzzolone».

Scena memorabile. Poi ci fu la pace?

«Mica tanto. Il copione prevedeva che io piangessi sulla tomba della Fata Turchina. Sulla lapide, ovviamente, c'era la foto della Lollobrigida. Così me ne uscii con una frase-choc: Togliete la foto, altrimenti non mi viene da piangere. Ci volle tutta la pazienza di Comencini per convincermi a girare la scena».

Cosa le mancava, oltre la mamma, durante i lunghi periodi di «Ciak, si gira!»?

«Il gioco. Ero un bambino vivace. Il cast prevedeva solo interpreti adulti. Anche i pochi bambini che figuravano occasionalmente come comparse erano più grandi di me e con loro non c'era feeling. Qualcuno, forse per invidia, mi prendeva in giro. E se succedeva qualche imprevisto, davano sempre la colpa a me».

Cioè?

«Un giorno la casa galleggiante della Fata Turchina finì alla deriva sul lago. La cima che la teneva bloccata ormeggiata si staccò. E chi fu accusato del fatto? Il sottoscritto. Ci rimasi malissimo, anche perché, almeno quella volta, ero innocente».

Qual è il segreto del successo de Le avventure di Pinocchio che, ancora oggi, ogni anno vende migliaia di cofanetti con tutte le puntate della seria.

«A parte la qualità degli attori, alcuni di valore assoluto, come Nino Manfredi, l'intuizione geniale del regista Comencini fu quella di invertire l'incanto della storia. Mentre infatti nell'opera letteraria Pinocchio si trasforma in bambino solo alla fine della storia, nella trasposizione televisiva Pinocchio diventa subito bambino dando all'intera vicenda un taglio assai più avvincente».

Della Fata Turchina abbiamo detto, come furono invece i rapporti con Geppetto?

«Nino Manfredi, esattamente come Comencini che forse vedeva in me il figlio maschio che non aveva, seppero prendermi per il verso giusto. Loro, da persone intelligenti e sensibili, capirono subito che ero un bambino fuori dal proprio habitat naturale. Avevo bisogno di amici, di essere compreso, coccolato».

Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, alias il Gatto e la Volpe, ti facevano paura?

«Ma quale paura. Solo risate».

Tutti grandi attori che facevano da «spalla» a un bambino al suo primo film. Eppure...

«Sembra assurdo, ma è andata proprio così. Anche se io non mi sono mai sentito un bambino prodigio. L'enorme popolarità che mi ha colpito però non mi ha mai fatto perdere la testa. Sono sempre rimasto con i piedi per terra. Dopo il successo di Pinocchio ho fatto altri film e sono rimasto nel mondo dello spettacolo. Oggi faccio l'operaio, anche se il fuoco della recitazione mi è rimasto dentro, scrivo sceneggiature e ho una mia compagnia teatrale».

Ma il burattino-bambino immaginato da Collodi è ancora un personaggio attuale?

«Sì, almeno a giudicare dai tanti bugiardi che circolano nel nostro Paese».

Il riferimento è al mondo della politica?

«Molti politici italiani sono tutt'altro che esempi di coerenza. Ma il naso lungo temo sia ormai una prerogativa del carattere nazionale».

A proposito di «bugie». Come andò quella storia della banca che doveva ricomprare il burattino originale usato nello sceneggiato Rai?

«È una vicenda che risale a diversi anni fa. Venni a sapere che il pezzo di legno automatizzato durante le riprese de Le avventure di Pinocchio era stato comprato da un imprenditore francese con l'intenzione di riprodurlo in serie e commercializzarlo».

Di qui la sua idea di indire una petizione per riportare il burattino in Italia.

«Il mio obiettivo era esporlo nel Museo di Collodi».

E cosa c'entra la banca?

«Un istituto di credito si offrì di finanziare l'operazione a patto che la petizione avesse raggiunto un numero consistente di adesioni».

E la petizione come andò?

«Fu un successo clamoroso. Arrivarono migliaia di firme, tra cui anche quella di numerosi personaggi dello spettacolo».

Un esempio?

«Ricordo il messaggio esilarante di Leonardo Pieraccioni».

Cosa diceva il testo di Pieraccioni?

«Poche righe scritte in una maccheronica lingua francese-fiorentina: Pinocchio in persona (Andrea Balestri) mi chiede di firmare perché Pinocchio di legno torni dalla Francia in Italia! E je firm subit purquà le buratten n'est pas Pinocchiò, lui ll'è Pinocchio, ll'è toscano e qui dee stare, maremma ingeppetata».

A questo punto la banca avrà sicuramente mantenuto la promessa.

«L'esatto contrario. Si eclissò e così il burattino simbolo dell'Italia è rimasto in Francia».

In mezzo alla bandiera italiana, Leo Longanesi diceva che ci sarebbe stata bene la scritta «Tengo Famiglia». Ma anche una fotografia di Pinocchio forse non ci starebbe male...

«È vero. Anche se va detto che, nella finzione, Pinocchio paga sempre per gli errori che commette: viene arrestato, emarginato, gli crescono le orecchie da asino. Nella realtà, invece, non sempre chi sbaglia paga».

Il piccolo Andrea Balestri oggi è addirittura nonno.

«Ho due figli: un maschio e una femmina. E tre nipoti: tutti maschi»

La «famiglia Pinocchio» si è quindi allargata?

«Sono felice e orgoglioso. Il carattere ribelle più simile a Pinocchio ce l'ha pero l'unica femmina del gruppo: cioè mia figlia».

Con loro capita spesso di parlare del Pinocchio interpretato 50 anni fa da «nonno Andrea»?

«Capita. Qualcuno mi prende in giro, perché guardando quelle immagine del '72, quasi stentano a riconoscermi: Ma eri biondo e magrissimo...mentre ora. Eppure ogni volta che ridanno in tv Le avventure di Pinocchio, non riesco a non guardarle. Anche il senso del tempo che è per me una bella sensazione».

Nella sua vita da «adulto», ha incontrato persone paragonabili alle tipologie del romanzo di Collodi?

«Ho incontrato un Mangiafuoco che mi ha dato buoni consigli. Poi per me la vera Fata Turchina - quella buona e affettuosa. mica come la Lollobrigida - è sempre stata la mia mamma».

Si è mai imbattuto in una coppia di Gatto e Volpe?

«No. Ma di Gatti e Volpi che potenzialmente possono fare del male, ce ne sono tanti. E possono assumere le sembianze più insidiose, magari offrendoti un tiro di droga. Ai giovani dico di stare attenti: godetevi la vita e non smettete mai di sentirvi un po' bambini».

Il modello-Pinocchio va bene lo stesso?

«Sì. Perché Pinocchio è un adolescente che, come tutti i ragazzini del mondo, commette qualche marachella. Ma resta sempre un bimbo dal cuore d'oro. Che si tuffa in mare per salvare Geppetto. Che ama gli amici. Tutti. Anche quelli che lo portano sulla cattiva strada. Pinocchio è un bimbo altruista, solidale. Per questo viene raggirato. La sua ingenuità finisce per metterlo nei pasticci. Il suo limite è non distinguere il bene dal male. Ma quale bambino è in grado di farlo?».

Anche da grandi, spesso, si stenta a impararlo.

«Continuo a ricevere lettere da tutto il mondo. Chiedono consigli a me. Sono i fan dell'ex Pinocchio, ormai diventato uomo. Ma ancora con tanti sogni nel cassetto. Un cassetto di legno: materiale ottimo per costruire un altro burattino; di nome Pinocchio, ovviamente».

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