Moby: «Vorrei suonare come negli anni Trenta»

Il compositore techno pop, nipote di Melville, presenta il cd Go: «La semplicità mi affascina sempre più»

Paolo Giordano

da Milano

Prova e riprova, non c’è nulla da fare: se per caso non vi venisse in mente l’ideale nicciano di musicista («Senza musica la vita sarebbe un errore»), ecco, c’è senz’altro Moby, che è perfetto senza neanche rendersi conto di esserlo. Ieri è passato per Milano prima di raggiungere gli Mtv Awards di Copenhagen, portandosi dietro la sua mercanzia di vita e canzoni e ciddì, visto che è pronto Go - The very best che raccoglie il suo meglio solo secondo i suoi collaboratori perché «se avessi scelto io, in scaletta ci sarebbero brani che nessuno vorrebbe ascoltare». Pallidissimo, infila tutti colori solo nella sua musica, che è un trionfo di campionamenti, loop, elettronica sparsa e confusa perché non ha un Dna preciso: si può ballare ma anche ascoltare piano piano in sottofondo, sparare in cuffia oppure intercettare nei club di tendenza. Si può addirittura conoscere il titolo dei brani (tra i più famosi Lift me up, Go, Porcelain, Natural blues) oppure ignorare anche quelli, tanto Moby lo avete ascoltato per forza nella colonna sonora di qualche spot o di qualche film brutto (007 Il domani non muore mai), bello (Heat, La sfida) o bellissimo (The Bourne identity) con quel suo tocco sognante ed etereo che ormai lo ha trasformato nell’Houdini del pop: nessuno conosce i suoi trucchi. «Però la cosa che mi è venuta peggio è forse quella di James Bond». Senza musica la vita sarebbe un errore.
Da diciassette anni, cioè da quando aveva ancora i capelli e suonava punk incazzato, Moby vive nello stesso loft polveroso tra Mott Street e la East Houston di New York, praticamente a Little Italy, nonostante abbia incassato milioni di dollari con i suoi cinque dischi e ormai gli facciano la corte, in fila uno dietro l’altro, tutti i manager di Hollywood, dei canali tv e persino dei telefonini perché le sue canzoni sono l’ideale, eccome, per una suoneria all’ultimo grido. Sarà che a New York ci sta benissimo uno come lui, democratico integralista («Speriamo che dopo le elezioni di medio termine mettano sotto accusa Dick Cheney e Donald Rumsfeld»), vegetariano integralista (cioè vegano, niente cibi di origine animale: neppure lo yogurt), sperimentatore integralista («Macché popstar, io mi immaginavo di diventare un professore a far lezione di musica in uno scantonato») eppure così mansueto, così politically correct da esser diventato la mascotte di tutti quelli che contano. Per dire: è il musicista felpato, veltroniano, irresistibile. «Il mio successo mi è giunto inaspettato».
D’altronde anche a vederlo qui, mentre sgrana i suoi occhi castani in una saletta del Bulgari, si capisce come dopo l’album Play sia sopravvissuto persino alla stroncatura del Los Angeles Times («C’è una canzone intitolata “Perché il mio cuore sta così male” e la risposta è perché ho dovuto ascoltare questo disco terribile») senza cambiare di una virgola. Forse è una questione genetica: «Il mio pro, pro, pro, pro zio era lo scrittore Herman Melville, mi chiamano Moby fin da piccolo, come il suo libro Moby Dick, e a me allora andava anche bene: ero bianchissimo e grasso». Oppure il merito è semplicemente nella spesso inspiegabile normalità di un genio che, a differenza dei talentuosi, è irraggiungibile solo quando è nel suo habitat. Altrimenti è quasi banale, sembra il genio della porta accanto. Aveva aperto un locale di cucina vegetariane e the a New York con la sua ragazza Kelly (e del «Teany» si legge anche in un libro della Sperling & Kupfer uscito l’anno scorso) ma, come spesso accade il giorno dell’addio, lui glielo ha lasciato quando si sono separati e ora «ci entro solo ogni tanto per farmi qualche tisana». E come tutti i newyorchesi con i piedi affondati nel punk si è commosso per la recente chiusura dello storico CbGb’s, dove i Ramones erano di casa e pure Debbie Harry dei Blondie. Alla festa di addio del locale, lui non c’era «perché altrimenti perdevo un amico che proprio quel giorno festeggiava il compleanno». Però Debbie Harry è naturalmente la voce del suo nuovo singolo, New York New York (tra l’altro molto bello).
Insomma, la smussatura degli angoli, l’annullamento delle contraddizioni, insomma Moby, il re della techno dance up to date che dice: «La forma di comunicazione musicale perfetta è quella dei musicisti anni ’30 come Blind Willie Johnson: un microfono, una chitarra, una voce. Per riprendere quelle atmosfere faccio un mini tour nei salotti dei miei amici: entro in casa e suono senza amplificazione». Ecco.

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