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"Da giorno o da sera. Dagli anni '80 ne faccio ormai di tutti i colori

Con P.A.R.O.S.H. realizza capi decorati di qualità ma anche al prezzo giusto

"Da giorno o da sera. Dagli anni '80 ne faccio ormai di tutti i colori

Lady Gaga ha detto di voler cambiare il mondo una paillette alla volta, lui l’ha fatto creando P.A.R.O.S.H. acronimo che nasconde le parole Paolo Rossello Second Hand. Si tratta di un marchio adorato da chi conosce e ama davvero la moda, ma non vuole o non può spendere cifre folli per vestire in modo speciale. Viaggiatore per scelta e vocazione, Paolo ha una conoscenza quasi carnale dei mercatini dell’usato ma anche del sistema manifatturiero internazionale per cui i suoi capi ricamati con cristalli e paillettes costano il giusto e non trasformano una signora nella versione paillettata di Pollicino che sul suo percorso semina dischetti luccicanti invece di sassolini.

Ma lei dove produce le sue collezioni?
«Dove riesco ad avere il miglior rapporto qualità-prezzo. Bisogna fare molta ricerca perché ancora oggi esistono fabbriche che sanno lavorare bene e non ti chiedono 500 euro al pezzo, come esistono tessutai o concerie con un listino prezzi decente. Tutto questo senza rinunciare alla qualità che deve essere sempre al top, perché le cose brutte non piacciono a nessuno».

Alla fine cosa paga nella moda?
«La qualità e le idee. Io ho 300 clienti da 30 anni e in tutto questo tempo non ho mai avuto un serio problema di produzione: mi sarà successo un capo su 10.000 ma finora nessuno mi ha mai reso niente. Può succedere che mi chiedano di cambiare un articolo perché non riescono a vendere quel colore o il tipo di decorazione ma è difficile che abbia contestazioni sulla qualità o sul prezzo».

Però dicono che lei produce i capi ricamati in India perché in Italia costano troppo, è vero?
«Purtroppo da noi sono spesso cari e arrabbiati perché abbiamo dei cavilli fiscali che non aiutano l’artigianato. Esiste una mano d’opera italiana molto valida costretta a lavorare in nero perché non abbiamo regole fiscali che contemplano il lavoro saltuario, pagato il giusto e non tartassato. Oggi se vuoi aprire una società devi avere una sede fatta in un certo modo, anticipare l’Iva e tutto il resto senza nemmeno sapere quanto e se fatturerai».

Intravede soluzioni?
«Non sono un politico ma solo un amante dell’artigianato italiano per cui quando devo fare i prototipi cerco qui da noi dove ci sono i migliori. L’estate scorsa avevo trovato delle lenzuola ricamate nei mercatini che setaccio sempre a caccia di idee. Mi son fatto rifare l’orlo a jour e le iniziali in un ricamificio costosissimo e poi ho dovuto produrre in Oriente dove costa meno. Ovviamente faccio tutti i controlli del mondo per evitare storie di orrore e sfruttamento che un tempo lì erano all’ordine del giorno. Vado in India anche per produrre i capi in pelle perché riescono a ridurre lo spessore del pellame al minimo, poi lo accorpano al tessuto imbottito e fanno cose incredibili».

Torniamo alle paillettes, perché le ama tanto?
«Ho iniziato negli anni ’80 facendo le giacche con le frange e poi un giorno mi sono chiesto come sarebbero venuti i capi aggiungendo al movimento dei giochi di luce. Qualcuno mi ha parlato di un artigiano balinese che fa i ricami paillettati cucendo una paillette alla volta. È un lavoro allucinante ma ho iniziato a sperimentare da lì.
Gli ho dato un mio paio di jeans tutti rotti e pieni di buchi chiedendogli di ricoprirli con delle paillettes trasparenti. Sono venuti benissimo, li ho messi per andare a New York e subito mi fermano dei tipi che lavoravano per Jeffrey uno dei più bei departement store della città. Ho risposto che li avevo fatti per me ed era vero. Poco dopo loro vengono a Milano, vanno da Biffi in Corso Genova e trovano i miei jeans in vetrina. Sono impazziti: ne volevano subito centomila così è nata la storia delle paillettes e i miei molti viaggi a Bali. A nord dell’isola c’è un paese che si chiama Singaraja dove alcuni imprenditori locali hanno riunito un gruppo di ricamatrici. In Indonesia ricamano solo le donne mentre in India lo fanno principalmente gli uomini.
Io andavo dal boss locale delle paillettes, gli consegnavo i pezzi da ricamare e lui li smistava alle donne dando per ogni pezzo un blocchetto di filo e il sacchettino delle paillettes.
Non ricordo con precisione ma credo di aver pagato le prime paillettes 20 dollari e parlo di un mese di lavoro a mano».

Produce ancora lì?
«Purtroppo no, hanno aperto un sacco di alberghi nella zona e le donne preferiscono lavorare lì».

Un tempo si usavano solo per la sera, adesso vedi gente impaillettata a ogni ora. Cosa ne pensa?
«Per me la paillette funziona sempre, magari con quelle oro oppure argento non ci vai in ufficio, ma se ne hai voglia e se le sai abbinare nessuno te lo vieta. Io le ho fatte veramente di tutti i colori compreso il marrone che è super sofisticato e quotidiano. Ormai ho una vera cultura sulle paillette. Vanno da 3 millimetri a 3 centimetri, con il buco in mezzo oppure da una parte, ma anche con due o quattro buchi, a seconda di quel che ne vuoi fare. Una volta a Bali mi è finito un sacchettino nell’acqua che stava bollendo per il te. Le tiriamo fuori e io le trovo bellissime: erano tutte un po’ marce, come dei petali di fiori che stanno per cadere.

Un’altra volta ho fatto le paillettes stropicciate: diventavano tipo crosta iridescente in tinte pastello una roba di sconvolgente bellezza».

Un capo paillettato indispensabile?
«Direi due: la T-shirt bianca e quella nera coperte di paillettes».

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