Afghanistan, Guerini: "In caso di ritiro proteggeremo gli interpreti"

Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha assicurato la protezione degli interpreti afghani qualora i contingenti militari italiani lasciassero l'Afghanistan

Afghanistan, Guerini: "In caso di ritiro proteggeremo gli interpreti"

Hanno lavorato spalla a spalla con l'esercito italiano nelle aree più pericolose dell'Afghanistan. Hanno rischiato la vita, e molti di loro sono morti. Adesso che tutto è alle spalle, gli interpreti afghani che hanno collaborato con le forze della Coalizione e gli occidentali temono di essere inghiottiti dalle ombre che potrebbero presto alzarsi sul loro Paese.

Le parole di Guerini

L'intera vicenda, evidenziata in varie inchieste de Il Giornale dai giornalisti Fausto Biloslavo e Matteo Carnieletto, è finita sotto i riflettori della politica. "Nelle ipotesi di ritiro dei contingenti militari italiani dall'Afghanistan o da altri teatri operativi, sarà assunta ogni iniziativa idonea a riattivare, anche sotto il profilo finanziario, i meccanismi di protezione dei collaboratori già efficacemente sperimentati", ha dichiarato, come riferito dall'Ansa, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, alle commissioni congiunte Difesa di Camera e Senato.

In questo momento, ha quindi sottolineato Guerini, il numero degli interpreti afghani contrattualizzati dal contingente italiano ammonta a 40 unità. Ricordiamo che la legge 141 del 2014 riconosce a tutti i cittadini afghani che abbiano collaborato continuativamente a favore del contingente militare italiano nell'ambito della missione Isaf, la possibilità di beneficiare della protezione internazionale. "Oltre 400 cittadini afghani, tra ex collaboratorie familiari, hanno chiesto di poter beneficiare della protezioneinternazionale prevista dalla legge", ha quindi aggiunto il ministro.

"Non lascieteci soli"

"Siamo stati al fianco delle forze italiane nei momenti più duri e nelle aree più pericolose dell'Afghanistan occidentale. Vi preghiamo di non lasciarci indietro in questo momento critico". È questo il grido d'aiuto lanciato lo scorso dicembre dagli interpreti afghani alla controparte italiana. In una lettera inviata al generale degli alpini Alberto Vezzoli, a capo di un contingente di 700 uomini in quel di Herat, in via di smobilitazione, gli ex collaboratori hanno espressamente chiesto aiuto e sostegno.

Anche perché il rischio, per loro, di essere uccisi è altissimo. Nelle ultime settimane sui social media sono state rilanciate minacce dei filo talebani contro chi, in passato, ha sostenuto gli occidentali. Minacce che spesso hanno portato ad azioni concrete, come nel caso di quanto capitato ad Abdul Rasool Ghazizadeh, ucciso mentre stava rientrando presso la propria abitazione.

Storie come queste sono purtroppo molto comuni tra gli interpreti afghani. Una buona parte di loro, a partire dal 28 novembre, ha iniziato a ricevere lettere di fine rapporto, senza alcun riferimento a ipotetici piani pensati per garantire la loro sicurezza. Uno degli interpreti di Herat ha inviato un messaggio vocale al Giornale.it spiegando la propria situazione e quella di altri colleghi: "Abbiamo lavorato con gli italiani e sono stati la nostra famiglia. Perché ora ci abbandonano? È normale? Aiutateci. Non lasciateci indietro sotto il fuoco dei talebani".

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