America in rivolta: quella violenza che ha ridisegnato gli Usa

Tutta la storia degli Usa è costellata di rivolte e scontri. Dalla New York di Gangs of New York, fino alla calda estate di Back Lives Matter passando per la guerra razione della Red Summer, degli anni della contro cultura e dei disordini di Los Angeles

America in rivolta: quella violenza che ha ridisegnato gli Usa

Il 13 luglio 1863 è un giorno molto caldo, ma nonostante questo Henry Jarvis Raymond è al suo posto. Da circa una decina d’anni è impegnato a far fruttare il suo investimento da 100 mila dollari in un giornale che cerca spazio nel nascente mercato editoriale. La redazione è intenta a coprire quanto succede al fronte. Da circa due anni Unione e Confederazione sono impegnati in una sanguinosa guerra civile. Me è sotto le finestre del suo giornale, nel cuore di New York, che la violenza si manifesta in modo quasi inaspettato. Un gruppo di persone tenta di assaltare il giornale per bruciare tutto e aggredire i giornalisti. A quel punto Raymond imbraccia la sua mitragliatrice Gatling e tiene a bada i rivoltosi salvando così il suo New York Times. Il resto della città non fu altrettanto fortunato. Per tre giorni i rivoltosi presero il controllo della Grande Mela linciando e distruggendo tutto.

I fatti di New York, immortalati degli scontri tra bande rivali in Gangs of New York di Martin Scorsese, non furono un episodio isolato, né tanto meno l’inizio o la fine di qualcosa. Solo uno dei tanti momenti in cui le tensioni sociali esplodevano nella dirompente forza della violenza. Non è una caso se uno degli slogan promozionali del film interpretato da Leonardo DiCaprio e Daniel Day-Lewis fosse “L’America è nata nelle strade”. Dalla guerra di indipendenza in poi la storia dell’America è costellata di rivolte e città messe a ferro e fuoco. Ma nell’immaginario americano quello che avvenne nell’estate del 1863 resta uno degli esempi lampanti di come la violenza fosse in grado di deflagrare, ma non l'unico.

Leonardo DiCaprio e Daniel Day Lewis in una scena di Gangs of New York

La miccia che fece esplodere tutto fu una nuova legge del Congresso che stabiliva la leva obbligatoria per combattere la guerra di secessione a meno che non si fosse in grado di pagare una tassa. A quella costrizione il sottoproletariato urbano della città insorse. Vennero presi d’assalto sia i centri di reclutamento che le ville dei più ricchi che avevano evitato la leva. La polizia non riuscì a tenere testa ai rivoltosi che presero il controllo della parte meridionale di Manhattan per oltre 48 ore. In più la guerra teneva impegnati diversi reggimenti e quindi nel circondario di New York non erano presenti né soldati né miliziani della Guardia nazionale che riuscì a intervenire solo all’alba del terzo giorno quando ormai la folla si era ritirata inseguito alla sospensione della leva.

I linciaggi razziali e "l’estate rossa" del 1919

Ma la furia che si sprigionò in quei giorni non ebbe come bersaglio solo ricchi e funzionari, anzi i ceti più poveri finirono col combattersi tra loro. Molti riottosi erano di origine irlandese, migranti fuggiti dalla grande carestia di metà ‘800, che vedevano negli afroamericani i responsabili dell'abbassamento del costo del lavoro in un mercato gravemente provato dalla guerra. I linciaggi nei confronti dei neri furono decine. Uno scenario che noi europei, anche per colpa di una certa cinematografia, siamo abituati ad attribuire agli Stati del Sud.

E invece a New York la violenza esplose fragorosa ben prima di quanto successe a Tulsa, in Oklahoma, nel maggio nel 1921 quando vennero linciati centinaia di afroamericani come raccontato in una puntata della serie tv tratta dalla graphic novel di Alan Moore Watchmen. Ma il massacro di Tulsa ebbe un inquietante prologo, i fatti di sangue del 1919, altro esempio di rivolte che insanguinò l’America e che prese le sembianze di una vera e propria guerra razziale.

La Prima guerra mondiale aveva creato le condizioni perfette per innescare la bomba sociale. Migliaia di soldati afroamericani che avevano preso parte al conflitto tornarono in patria consapevoli dei propri mezzi e spesso con pensioni e stipendi simili a quelli dei commilitoni bianchi. La grande migrazione che aveva portato a uno spostamento da Sud verso Nord degli afroamericani aveva destabilizzato molte comunità bianche in grandi centri come Detroit, Cleveland o Chicago, mentre più a Sud diversi coltivatori neri avevano iniziato ad arricchirsi grazie al boom della domanda di cotone da tutto il mondo dopo il conflitto. In mezzo una stagnazione economica galoppante e un’economia che iniziava a mostrare segni di rallentamento. A coprire tutto fu poi lo spettro rosso della rivoluzione boscevica in Russia, con il timore di una strana saldatura tra gli afroamericani e elementi socialisti.

Un afroamericano fermato a Chigago durante la Red Summer del 1919

In questo clima il vento del suprematismo bianco soffiò ancora una volta e tra la fine di luglio e l’inizio di agosto in decine di città attraverso tutti gli Stati Uniti registrano un crescente numero di rivolte e attacchi contro gli afroamericani. Secondo lo storico Cameron McWhirter, autore del libro Red Summer: The Summer of 1919 and the Awakening of Black America, furono almeno 25 i focolai di violenza che andarono da nord a sud. Centinaia di afroamericani vennero picchiati e uccisi, ma per la prima volta alcuni di loro risposero. Le tensioni si dipanarono per mesi. Iniziarono a Sud, tra Sud Carolina, Georgia e Texas in aprile per poi muoversi verso Nord. Verso la fine luglio si infiammarono anche Washington, Norfolk e Chicago. Qui per la prima volta cambiò qualcosa nell’inerzia dei rapporti razziali americani: molti afroamericani risposero.

Nella capitale ad esempio la miccia fu la notizia di uno stupro di una donna bianca da parte di un uomo di colore. Centinaia di uomini assaltarono così individui e aziende di afroamericani. Molti di questi erano uomini in divisa dell’esercito. Parallelamente la Polizia si rifiutò di rispondere alle richieste di aiuto e a quel punto i cittadini di colore risposero. Gli scontri durarono diversi giorni, dal 19 al 23 luglio finché la situazione non venne stabilizzata con l’arrivo della Guardia nazionale mobilitata dal presidente Woodrow Wilson.

Le fasi più acute della guerra etnica in quella rovente estate furono quelle di Chicago: per 13 giorni bande di irlandesi si sfidavano con gli afroamericani per le vie della città. Alla fine per sedare gli animi servirono sette reggimenti e migliaia di uomini. Alla fine il bilancio fu gravissimo: 38 morti, 530 feriti e oltre mille famiglie afroamericane rimaste senza casa.

Dopo mesi di tensione la violenza diminuì verso al fine dell’anno quando le autorità locali federali iniziano ad agire in modo più fermo. Anche perché gli scontri ebbero un impatto negativo su un’economia ancora provata dal Primo conflitto mondiale. I fatti della "Red Summer" convinsero autorità locali e federali che, indipendentemente dalla questione razziale, da quel momento in avanti ogni rivolta sarebbe stata soppressa e bloccata rapidamente. Eppure negli anni successivi non andrò così.

L’altra calda estate: i moti del ’67

L’altro grande momento in cui la violenza riesplose fu l’estate del 1967 quando scoppiarono circa 160 rivolte razziali in diverse città. Conti alla mano le rivolte costarono la vita di oltre 80 persone, il ferimento di oltre 2 mila e arresti di massa. L'America che fece da sfondo a quell'estate era carica di tensioni. Mentre migliaia di giovani confluivano verso Ovest a San Francisco per quella che sarebbe passata alla storia come Summer of Love, più a Est altri giovani, per lo più afroamericani scesero per le strade, e saccheggiarono vetrine e negozi, in nome delle disparita razziali, il tutto mentre sull’America incombeva l’ombra sempre più inquietante della Guerra del Vietnam.

I giornali all’epoca parlarono di vere e proprie battaglie tra le vie delle città, tra i quali spiccò la città di Detroit. La scintilla della rivolta arrivò dopo la perquisizione della polizia in un locale notturno abusivo gestito da un gruppo di afroamericani. Da quel momento la rissa che si generò dopo la retata si estese a un’intero quartiere. Un’immagine impressa anche su pellicola nel 2017 da Kathryn Bigelow che nel film Detroit raccotò un passaggio particolare di quelle rivolte: la retata al Algiers Motel e le successive indagini contro tre poliziotti accusati di aver ucciso senza motivo tre uomini di colore.

Anche in questo caso vaste zone della città rimasero ingovernabili per quattro giorni e l’allora governatore del Michigan, George Romney (padre del senatore Mitt Romney che sfidò Barack Obama nel 2012) fu costretto a ordinare alla Guardia nazionale di entrare in città insieme a due divisioni dell’esercito inviate dalla Casa Bianca, che alla fine ripresero il controllo del territorio dopo aspri scontri violenti.

Il disastro dem del ’68

Di proporzioni minori, ma con una valenza simbolica sicuramente non inferiore, quello che avviene un anno dopo a Chicago durante la Convention democratica tra il 23 e 28 agosto. In quell'occasione gran parte e del movimento pacifico contrario alla Guerra del Vietnam e frange della controcultura americana si ritrovò in città per protestare e dare una scossa ai democratici in crisi. Quell’anno non solo avevano perso Lyndon B. Johnson, che non si volle ricandidare per problemi di salute, ma anche l’astro nascente della politica democratica Robert Kennedy assassinato qualche mese prima a Los Angeles.

Dopo giorni di proteste e marce la tensione culminò con la “Battaglia di Michigan Avenue” dove polizia e manifestanti si scontrarono violentemente proprio vicino all’hotel dove si teneva la convention. Anche in questo caso il cinema, o meglio Netflix, ci viene in aiuto con la pellicola Il processo ai Chicago 7, che racconta la storia degli organizzatori della protesta e del processo che ne seguì: un affresco chiaro del clima che si respirava in quegli anni, sia nelle piazze, che nei palazzi del potere.

Gli arresti dopo la battaglia di Battaglia di Michigan Avenue a Chicago nel 1968

Il blackout che spaventò New York

La violenza per le strade non fu però solo una questione politica o razziale, ma banalmente di opportunità. È quanto sperimentò New York in un’altra estate calda, quella del 1977 quando nella notte tra il 13 e 14 luglio successe di tutto. Alle 21 e 30 circa un fulmine fece saltare una sottostazione della compagnia elettrica che riforniva gran parte della Grande Mele di fatto causando un blackout che durò diverse ore.

In quella lunga notte scoppiarono vere e proprie rivolte urbane. La città, in quel decennio, viveva un momento di ristagno e crisi dilaniata dalla lotta tra gang e spaventata dalla presenza del serial killer David Berkowitz, meglio noto come Son of Sam che aveva terrorizzato il città negli ultimi due anni. I rivoltosi, spesso nei quartieri più poveri, appiccarono incendi ovunque e razziarono oltre 1.600 esercizi. Alla fine la polizia dovette lavorare diverse ore per sedare i disordini che portarono a quasi 4000 arresti.

Anche Los Angeles si riscopre fragile

Nella storia americana c’è anche un altro momento che viene ricordato con particolare dolore, quanto successe a Los Angeles nel 1992 tra il 29 aprile e il 4 maggio. Anche in questo caso la miccia fu la questione razziale, cioè l’assoluzione di alcuni poliziotti per il pestaggio di un afroamericano, Rodney King. Subito dopo la lettura della sentenza le violenze, fate si saccheggi, aggressioni e incendi si diffusero in tutta l’area metropolitana anche perché la polizia venne letteralmente sopraffatta dai rivoltosi. Per sedare la violenze non fu sufficiente neanche al Guardia nazionale che venne aiutata anche da due divisioni dell’esercito.

Gli incendi durante le rivolte di Los Angeles 1992

Una delle immagini più iconiche di quei giorni, che causarono 63 morti, 2.300 feriti e 12 mila arresti, rimane quella del camionista bianco Reginald Denny che venne trascinato fuori dal suo cambio e brutalmente picchiato da due manifestanti. La sua aggressione venne trasmessa in diretta e mostrò a tutti che per le strade della città era in corso una vera e propria battaglia. Che lacciò segni molto forti soprattutto a South Los Angeles che si trovò ancora più povera ed emarginata.

Il nuovo millennio

Nonostante otto anni di presidenza Obama il demone dell'odio razziale sembra non essere stato del tutto sconfritto. In questo senso sono emblematici due momenti della sottile recente. Il 2017 e il 2020. Il primo riguarda gli scontri avvenuti a Charlottesville, in Virginia, quando una manifestazione di suprematisti bianchi si scontrò apertamente contro i movimenti antifa con violenze che durarono un giorno intero e che mostrarono come in America la polarizzazione e l’estremismo fosse più spinto di quanto si pensasse. Immagini poi riprese anche da Spike Lee per chiudere il film BlacKkKlansman.

Agenti in assetto anti sommossa a Portland dopo le proteste di BLM nel 2020

La seconda ci riporta ancora una volta in estate, quella del 2020 e alla morte a Minneapolis di George Floyd. Da quel momento, complice anche un’efficace organizzazione politica e di marketing, le strade delle città di sono riempite di manifestazioni e proteste. Molte pacifiche, ma in alcuni casi con risvolti violenti e inquietanti, come quanto successo in alcune zone di Portland. Complessivamente anche quella stagione ebbe il suo debito di sangue oltre alla morte di Floyd con 20 morti e oltre 14.000 arresti.

L’ultimo capitolo di una storia tutt’altro che conclusa è andato in scena il 6 gennaio 2021 quando una folla di persone ha assaltato il Campidoglio dopo un comizio di Trump. Un’azione rapida, conclusasi con scontri limitati e tanto clamore mediatico, ma allo stesso tempo una ferita aperta che non lascia dormire sonni tranquilli (soprattutto alla Casa Bianca), una ferita che conferma l’animo inquieto dell’America.

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