I due volti dell'America profonda

Separati durante la Guerra di Secessione, i due Stati hanno avuto destini diversi, ma negli ultimi 20 anni hanno visto un cambiamento inverso da destra a sinistra e vice versa. Dall'America bianca impoverita a quella mutliculturale questa è la loro storia

I due volti dell'America profonda

Gli Stati Uniti sono un Paese dinamico. Gli scenari, politici, sociali ed economici viaggiano a velocità doppie rispetto a quelli cui siamo abituati in Italia e in Europa. Nel giro di un paio di decenni e un paio di generazioni interi Stati possono cambiare pelle in modi sorprendenti. Questa mutazione in anni recenti ha mostrato la sua capacità dirompente in due stati vicini quanto diversi, che condividono il nome ma che sembrano agli antipodi: la Virginia e il West Virginia. Due mondi diventati l’uno l’opposto dell’altro. Due mondi che a loro modo ben rappresentano l’America del futuro.

Differenze elettorali

Per capire quel futuro sono necessari ben due viaggi del tempo. Il primo, breve, ci porta nel 1992. La Guerra Fredda è finita da poco. Gli Usa sono usciti vincitori dalla Prima Guerra del Golfo ma la stagnazione economica preoccupa il presidente uscente George H. W. Bush. Quando il 3 novembre si chiudono le urne e iniziano ad arrivare i primi exit poll tutto diventa più chiaro: il governatore dell’Arkansas, Bill Clinton, diventa il nuovo presidente.

In Virginia il candidato repubblicano porta a casa il 45% dei voti, il 4% in più di Clinton. In West Virginia, invece, la forbice è più marcata, ma qui il presidente perde con un margine più ampio. Il partito democratico, infatti, conquista il 48% dei voti contro il 35%, ben 13 punti di differenza. Lo scenario è chiaro. La Virginia è una roccaforte conservatrice, mentre la vicina Virginia Occidentale un bastione dei democratici.

Bill Clinton e al Gore celebrano la vittoria presidenziale del 1992

Passano poco meno di trent’anni e lo scenario cambia completamente. Novembre 2020, Joe Biden supera Donald Trump e diventa il 46esimo presidente Usa. In Virginia l’ex di Barack Obama porta a casa il 66% dei voti contro il 30% di Donald Trump. Mentre in West Virginia The Donald raccoglie il 68% contro il 29% del candidato vincente. Un cambiamento radicale, un percorso incrociato che ha quasi dell’incredibile.

"La figlia della rivolta"

Prima di capire come si è arrivati a questo punto bisogna partire dall'origine di tutto: perché esistono due "Virginie". Per rispondere a questa domanda serve un altro viaggio nel tempo, stavolta ancora più lontano, nel 1861 all’inizio della Guerra di Secessione americana. Allo scoppio delle ostilità, la Virginia faceva parte di quegli Stati che uscirono dall'Unione per formare la Confederazione. Molti, a Ovest di Richmond, non videro di buon occhio l’addio a Washington, anzi molti di loro, sparsi tra i monti Appalchi, si organizzano e puntano a “tornare” verso il Nord.

Nel giro di un paio d’anni una serie di contee fecero la loro secessione e si mossero per spaccare lo Stato creando una nuova realtà. Così nel 1863 la neonata West Virginia voltò le spalle ai vicini per rientrare nella coalizione degli Stati del Nord. Una mossa che le valse l’appellativo di “figlia della ribellione”. Da quel momento i destini Virginia e West Virginia andarono in direzioni opposte. Segregazionista, cuore della causa confederata la prima, unionista e anti schiavista la seconda.

Il peso della demografia

In anni recenti molti esperti e politologi americani si sono chiesti come sia stato possibile un cambio di colore politico così forte e inverso. Il primo fattore a pesare è stato sicuramente quello demografico. Il cambiamento della popolazione ha avuto un forte impatto in entrambi i contesti, ma anche qui la direzione è stata opposta.

La svolta, soprattutto in Virginia è arrivata all’inizio degli anni ’90 con l’elezione del primo governatore afroamericano. La vittoria del dem Douglas Wilder fu il campanello che segnò il cambio di passo. La sua vittoria venne alimentata soprattutto dalla crescita dei sobborghi intorno alle città. Ma non solo. A influire fu anche l’espansione della città di Washington con migliaia di funzionari della capitale che andavano a vivere in Virginia grazie a un costo della vita più favorevole. Funzionari con alto livello di istruzione, spesso appartenenti alle minoranze e di tendenze liberal. Nel frattempo anche la popolazione urbana è aumentata attirando nuovi giovani in centri dinamici come le città di Richmond e Charlottesville.

Il West Virginia ha avuto invece un destino diverso. Dal 2010 è stato l’unico Stato a perdere popolazione, elemento che ha anche fatto aumentare l’età media e abbassare il livello di istruzione. Nel Mountain State solo il 19% della popolazione ha una laurea contro il 30% della media nazionale.

In West Virginia la demografia si mescola anche con un altro fattore: il territorio. Lo Stato è uno dei più rurali di tutta l’Unione con circa 77 residenti per miglio quadrato, contro i circa 200 della vicina Virginia. Un'area fatta di montagne e valli con strade tortuose che collegano piccole comunità, l’esatto contrario dell’ex casa madre.

Il tramonto del carbone

Ma a cambiare il volto dello Stato è stata anche la crisi del carbone. Quasi tutta la storia dello Stato si è snodata intorno all’estrazione dei minerali fossili e la crisi iniziata negli ultimi 20 si è abbattuta come uno tsunami su tutta la società. Nel giro di un decennio la produzione è diminuita del 30% e di riflesso l’occupazione nel settore è scesa del 27%, con vaste aree letteralmente inghiottite dalla depressione. Nella contea di Boone, poco lontana dalla capitale Charleston, su 24 mila abitanti sono andati in fumo 4 mila posti di lavoro nel giro di cinque anni.

È in questa fase che avviene il primo strappo definitivo tra i residenti e la leadership del partito democratico. Durante la sua presidenza Barack Obama promette di ridurre le emissioni di anidride carbonica da centrali elettriche del 30%, di fatto impattando in maniera decisiva sull’industria del carbone già duramente colpita dalla concorrenza di altre risorse come il petrolio e il gas naturale.

Quando Obama è entrato per la prima volta in carica ha detto che avrebbe mandato in bancarotta l'industria del carbone e lo ha fatto davvero”, ha raccontato a Nbc news Steve Kennedy, ex operaio nella miniera di Hobet nella contea di Boone. Il sito è stato chiuso e si attende una riqualifica dell’area. Ma per Steve ormai non c’è niente da fare: “Mio figlio appena uscito dal liceo lavora in una società di consegne, ma se dovesse perdere il lavoro sarà costretto ad andarsene per trovare lavoro perché qui non c’è niente”.

Il tradimento democratico

Per molti residenti lo spostamento a destra dello stato è stato una naturale conseguenza. Il tradimento del partito dell’asinello è stato troppo forte e non ha riguardato solo la lotta al carbone, ma un cambiamento più profondo che non è andato giù agli uomini delle montagne. Per molti di loro la presidenza Obama ha segnato uno spostamento a sinistra troppo “liberal”.

Mike Plande, analista democratico che ha lavorato in West Virginia ai tempi della vittoria di Bill Clinton, è sicuro: “qui i dem sono in forte ritirata”. “Qui il governo di Washington ormai è visto come uno strumento delle élite, una forza malvagia che danneggia la popolazione”. Un sentimento d’odio che forse va al di là dell’aperto meramente economico.

Per capire questo passaggio bisogna unire un paio di punti. Oggi i dem sono arroccati soprattutto in città, nei grandi conglomerati urbani e nei sobborghi. Mentre sono in completa ritirata in tutta l’America rurale, quella che come abbiamo visto caratterizza perfettamente il West Virginia. Sono in ritirata con una fetta dell’ex elettorato bianco e operaio e con quello che esprime valori più conservatori e moderati.

Un minatore bambino in una miniera della West Virginia all'inizio del '900

L’eccezione che conferma la regola è rappresentata dalla rielezione del senatore del democratico Joe Manchin, unico dem capace di vincere dove Trump ha battuto Biden di quasi 40 punti. Manchin è sì un democratico, ma uno di quelli vecchia maniera, pro armi e anti aborto. Un moderato di centro pragmatico che trova addirittura poco spazio nel proprio partito, tanto che più di qualche liberal vorrebbe vederlo fuori dal Congresso.

Lo spopolamento, la crisi economica, l’irrilevanza politica, fanno del West Virginia il flyover state per antonomasia, cioè quel tipo di territorio che gli americani sorvolano con gli aerei per andare da una costa all’altra, da una mega città all’altra, senza farci tappa. Non a caso, dati alla mano, ogni anno sul Mountain State passano oltre 466 mila voli contro gli appena 2.300 che ci atterrano. Per avere un’idea della sproporzione in California le due misure si invertono. Un territorio abbandonato a se stesso, in preda a una violenta pandemia di oppioidi, e ignorato da tutti. Non stupisce quindi che qui il progetto politico di Donald Trump abbia sfondato e che ancora oggi questa sia una roccaforte del trumpismo della prima ora.

L’avanzata liberal

Nella Vicina Virginia si sta invece imponendo la versione più liberal dei dem. Due esempi su tutti. Recentemente l’Old Dominion State ha abolito la pena di morte diventando il primo Stato del Sud a farlo e legalizzato la marijuana per uso ricreativo per adulti. Due svolte che ricordano più la California che un ex membro della Confederazione. Chiaramente queste vanno a unirsi ad altre norme care ai liberal, come leggi più severe sul porto d’armi, o protezioni più forti per le comunità Lgbt.

Per Larry Sabato, analista ed esperto di sondaggi, tutto è iniziato con Obama capace di attivare tutte le comunità chiamandole al voto. Nel frattempo il partito repubblicano si è spostato più a destra è dal 2010 ogni elezione, nazionale e locale, è andata ai democratici. Un onda spinta dai nuovi residenti ma anche da un benessere economico diffuso soprattutto nei grandi centri. Una dinamica che non ha toccato gli ex fratelli del West Virginia, ma che può scendere a Sud e magari andare a minare gli equilibri della vicina Georgia, ma questa è un'altra storia.

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