Brexit, è partita la corsa per sfiduciare Johnson ed evitare il no deal

Le opposizioni insorgono dopo la decisione di sospendere i lavori parlamentari a ridosso della data della Brexit. Labouristi e liberali pronti a sfiduciare il premier cercando l'appoggio dell'ala ribelle dei conservatori

Brexit, è partita la corsa per sfiduciare Johnson ed evitare il no deal

All’indomani della decisione del premier britannico Boris Johnson di congelare il Parlamento inglese per scongiurare l’ennesimo rinvio della Brexit le opposizioni sono al lavoro per presentare il conto al primo ministro che vuole traghettare Londra fuori dall'Ue con o senza un accordo con Bruxelles. In campo per la corsa alla sfiducia ci sono laburisti e liberal-democratici, ma potrebbe aggiungersi anche quella parte dei tories spaventata dall’eventualità di un divorzio senza regole da Bruxelles. Non a caso ieri di "oltraggio alla Costituzione" ha parlato anche lo speaker della Camera dei Comuni, il conservatore John Bercow, e oggi hanno presentato le dimissioni il capogruppo Tory alla Camera dei Lord, George Young, e la numero uno del partito in Scozia, Ruth Davidson.

Il leader laburista, Jeremy Corbyn, ha annunciato che un'azione contro Johnson potrebbe essere intrapresa già martedì prossimo, al rientro dei deputati dalle ferie estive, mentre la "carta della sfiducia", ha fatto sapere, verrà giocata al momento appropriato. Il piano, ha aggiunto ai microfoni di Sky News è quello di cercare di "fermarlo politicamente con un procedimento parlamentare per legiferare in modo da impedire una Brexit no-deal e di chiudere il Parlamento in un momento così cruciale". Ma le iniziative politiche, a questo punto, rischiano di essere poco efficaci. Anche se i parlamentari di opposizione riuscissero a trovare un margine di manovra per sfiduciare il premier, è altamente improbabile che un nuovo governo possa insediarsi prima del 31 ottobre, data in cui, per legge, la Gran Bretagna dovrà dire addio all’Ue.

Nel frattempo, come riferiscono i quotidiani britannici, ieri centinaia di persone sono scese in piazza in decine di città della Gran Bretagna gridando al “colpo di Stato", mentre sta sfiorando quota 1,5 milioni di firme sul sito del Parlamento inglese la petizione che chiede la revoca della proroga dei lavori parlamentari. Una battaglia, quella per la centralità delle Camere, che si combatte in queste ore anche nelle aule di tribunale. Gina Miller, l’attivista che nel 2016 era riuscita ad imporre al governo un passaggio parlamentare prima dell’attivazione dell’articolo 50 del trattato sull’Ue, ha chiesto ai giudici dell’Alta Corte di pronunciarsi sulla controversa mossa del premier entro il 9 settembre. A partire da questa data, infatti, ed entro il 12 dello stesso mese, il Parlamento dovrà sospendere tutte le attività fino al 14 di ottobre.

Secondo quanto riferisce il Guardian, l’avvocato aveva chiesto chiarimenti all’ufficio legale del governo in merito ad una possibile richiesta di proroga già qualche settimana prima che questa venisse approvata tra le polemiche dal castello di Balmoral. Da Downing Street il 27 agosto, le avevano fatto sapere che un’eventualità del genere fosse soltanto un’ipotesi “accademica”. A smentirli il giorno successivo ci ha pensato direttamente il premier. “È un tentativo sfacciato, di proporzioni storiche, di impedire all'esecutivo di rendere conto del suo operato in parlamento", ha commentato intervistata dallo stesso quotidiano.

Sempre a metà agosto anche il partito nazionalista scozzese aveva chiesto alla Corte civile di pronunciarsi in favore di un annullamento della sospensione dei lavori delle Camere. Secondo i giuristi, tuttavia, è molto improbabile che i giudici possano mettere in discussione l’autorità di Buckingham Palace. Ad essere contestata, al limite, potrebbe essere la legittimità dell’atto con cui Johnson ha chiesto alla sovrana di intervenire.

Mentre sembra prendere corpo l’ipotesi di un no deal, a Bruxelles le bocche restano cucite. No comment sulla mossa dell’esecutivo inglese dalla Commissione europea, che ha ricordato a Londra di avanzare “proposte che funzionino” se si vuole raggiungere un accordo. E di farlo in tempi rapidi. Ma per il ministro degli Esteri irlandese ormai non ci sarebbero i tempi tecnici per rinegoziare l’accordo di ritiro - compreso il nodo del backstop per evitare l’istituzione di una frontiera rigida con l’Irlanda del Nord - entro il 31 ottobre.

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