Coronavirus, Cina: due città bloccate nuovamente dopo riapertura di 24 ore

Le città di Xiaogan e Tianmen, nello Hubei, focolaio dell'epidemia di coronavirus, sono state bloccate di nuovo dopo l'apertura durata un solo giorno

Dopo un'apertura durata appena un giorno le autorità cinesi hanno chiuso nuovamente le città di Xiaogan e Tianmen, nella provincia centrale dello Hubei, epicentro dell'epidemia del nuovo coronavirus

Ad annunciarlo il sito As-Source News sul proprio profilo Twitter, che ha ripreso un video pubblicato da un utente. Secondo quanto riferito dalla Commissione sanitaria provinciale, lo Hubei ha riportato quattro nuovi casi di infezioni da Covid-19 nelle ultime 24 ore.

Tutti i casi confermati sono stati riportati a Wuhan, focolaio principale. Ricordiamo che fino a ieri e al di fuori di questa megalopoli, la provincia non aveva visto nuovi casi di Covid-19 per 11 giorni consecutivi nelle sue 16 città e prefetture. Sempre 24 ore fa, lo Hubei ha avuto 816 pazienti dimessi dall'ospedale dopo il recupero, portando il numero totale dei guariti nella provincia a quota 55.094. Tra gli 8.073 soggetti ospedalizzati, 2.403 erano ancora in gravi condizioni e altri 572 in condizioni critiche.

La paura dei contagi di ritorno

Come sottolinea l'agenzia Adnkronos, i viaggiatori che all'ingresso in Cina rifiutano ispezioni mediche o forniscono dichiarazioni false rischiano la denuncia e il carcere. Sono le misure che le autorità di Pechino stanno mettendo in campo per evitare il contagio "di ritorno" da coronavirus all'interno del Paese.

Ne dà conto il South China Morning Post, citando un documento governativo in base al quale è anche previsto che chiunque entri in Cina portando con sé microorganismi non approvati, tessuti umani, prodotti biologici e plasma e eluda le ispezioni di quarantena sarà denunciato.

In generale, in Cina, oltre all'euforia di aver quasi sconfitto il “demone” del virus, c'è da registrare il silenzio sul web imposto da Pechino per non creare panico e allarmismo. Il rapporto di Citizen Lab, un'organizzazione di ricerca sulla censura di Internet con sede in Canada, intitolato "Censored Contagion: How Information on Coronavirus is Managed on Chinese Social Media" (Censura contagio: come le informazioni sul coronavirus sono gestite sui social media cinesi) ha rivelato che a partire dal 31 dicembre 2019, i censori web cinesi hanno introdotto un nuovo elenco di 45 parole chiave correlate al coronavirus per bloccare la discussione online sull'epidemia di Covid-19.

Secondo gli autori del rapporto, l'ambito della censura si è ampliato nel febbraio 2020, con l'identificazione di 516 combinazioni di parole chiave correlate al coronavirus bloccate sull'app di messaggistica e social media più diffusa in Cina, WeChat, dal primo gennaio al 15 febbraio. La ricerca rileva che nella fase iniziale dello scoppio dell'epidemia in Cina, la censura ha frenato gli allarmi al pubblico sulla minaccia del virus allora sconosciuto.

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