Diario sentimentale pisano

Ho insegnato come volontaria la lingua cinese all'Istituto Confucio di Pisa, prima e durante la pandemia. Adesso non so e non voglio più separarmi dal ricordo di quei mesi

Il primo incontro con la città di Pisa è stato diverso a paragone di altri più belli e raffinati. Appena piombata a terra dal piccolo aereo traballante che da Roma mi aveva portato lì, nel settembre del 2019, il primo sguardo lanciato a questa cittadina mi aveva fatto sentire in cuor mio come una “Cenerentola” o un “Brutto anatroccolo”. L’odore dei disinfettanti delle lavanderie si mischiava senza ritegno a quello dell’asfalto cotto dal sole; c’erano poi banali souvenir della Torre Pendente sparsi ovunque, le risatine indolenti degli addetti a servizi aperti a orario ridotto, un suono elegante e chiaro di opera lirica sovrastato dal rumore di un quotidiano stracciato in mille pezzi, l’indecifrabile chiacchiericcio di persone impegnate a contrattare prezzi: in quel momento e in quel luogo nulla mi ricordava l’Italia elegante e composta ritratta su immagini e libri a me noti.

Inoltre, con gli altri tre insegnanti volontari freschi di nomina, continuavamo ad andare e venire dall’ufficio postale per le pratiche del permesso di soggiorno senza però compiere alcun progresso. Pisa non aveva l’aspetto di città italiane famose come Roma, Milano o Napoli e ci sembrò che avremmo dovuto impegnarci parecchio per riuscire a provare almeno un po’ quella particolare, piacevole sensazione tipica in un visitatore straniero. In quel momento non avrei davvero mai potuto immaginare che questa città, dall’aspetto austero e dal fascino unico, sarebbe riuscita in un anno a catturare il mio amore, cresciuto esponenzialmente di giorno in giorno e che ancora oggi, come allora, continua a stregarmi.

L'amore cresce

Completato l’arrivo dei miei colleghi insegnanti, ci siamo incontrati con la bella e grande famiglia cinese e italiana che lavorava lì. Ci siamo brevemente presentati, subito integrati, abbiamo parlato della storia dell’Istituto Confucio, delle precedenti esperienze di insegnamento condivise, dato consigli per i nuovi volontari, condiviso le usanze e la situazione locale di Pisa, e... preso anche informazioni sulla stagione degli sconti. Come in una famiglia, questo calore e l’assenza di distanza tra noi ha confortato il mio dispiacere per il fatto che il “mio amato”, l’ambiente pisano, non fosse abbastanza bello. Poi, pian piano, ho conosciuto i luoghi veramente rappresentativi di Pisa, ho scoperto all’angolo della strada una caffetteria con mille anni di storia, ho fatto il giro delle principali chiese, mi sono imbattuta in una biblioteca piena di documenti sulla Grecia antica, ho assaggiato il ricco e denso gelato del luogo, ho scattato con il mio cellulare innumerevoli foto della Torre Pendente: alle prime luci dell’alba, con il sole alto nel cielo, nei raggi del tramonto. Questa città, che del medioevo aveva saputo dominare i traffici marittimi, iniziava infine, gradualmente, a mostrare ciò di cui era capace. E’ arrivato poi il mio momento di fare lezione. Ho insegnato nelle classi di due licei, in sedi diverse dell’Istituto Confucio: uno a Cassina - in periferia di Pisa - l'altro a Firenze. Cassina è una piccola cittadina silenziosa e semplice, la sua via principale è lunga soltanto un centinaio di metri.

Con il mio italiano limitato ho fatto conoscenza con le persone principali che lavoravano in quel liceo durante il periodo del mio insegnamento, e da loro sono venuta a conoscenza delle vicissitudini della città. Gli studenti di ambedue le classi di Cassina in cui ho insegnato erano tutti attivi e semplici. Una volta, mentre spiegavo la lettera “Y” della trascrizione fonetica pinyin, un ragazzo aveva detto al suo compagno “Yī,say,what are you wearing,Yī…”, e quello ha risposto “Yā,duck,qua, qua, qua…”. Come si fa a non ridere in questi momenti... I ragazzi mostravano direttamente e intensamente la loro gioia quando imparavano qualcosa di nuovo, e questo era per me fonte di grande stimolo e incoraggiamento. Gli studenti dell’altra classe, a Firenze, stavano invece per diplomarsi, sembravano vecchie volpi, l’aspetto di ragazzi più grandi ma con un tratto infantile non ancora perduto. Tradivano sempre un’espressione timida e furba quando, distratti, li invitavo per nome a rispondere ad una domanda, e di nuovo in quel momento non sapevo se ridere o piangere. Un ricordo mi ha lasciato un’impressione profonda. Era stato un pomeriggio di pioggia scrosciante e finita la lezione ero uscita da scuola. La pioggia era cessata e il cielo era già sereno; avevo diretto lo sguardo verso le basse colline di fronte alla stazione ferroviaria mentre i raggi del sole trafiggevano gli strati di nuvole e risplendevano sulle cime dei rilievi, in un contrasto piacevolmente asimmetrico di luce e ombra. Mi ero messa ad osservare quelle piccole colline che avevano un aspetto davvero elegante e grazioso, mi resi conto che il posto era divenuto familiare, mi ero adattata, anzi me n'ero innamorata.

La riconciliazione

Tutti noi pensavamo che i giorni sarebbero andati avanti in modo ordinato e tranquillo, in accordo al calendario e al programma scolastico. Gli studenti e gli amici di Firenze mi avevano invitato a visitare Palazzo Pitti nel fine settimana e poi a mangiare in un ristorante cinese. Per inerzia decidemmo di realizzare questo piano dopo le celebrazioni per la Festa della Primavera. Dopo l’arrivo della primavera avremmo potuto vedere insieme il calare del sole a Piazzale Michelangelo, andare sul Ponte Vecchio dove avremmo usato le nostre conoscenze di pittura cinese per creare un dipinto ad inchiostro o gustare del tè. Non avremmo mai potuto immaginare che la lezione di fine febbraio sarebbe stata l’ultima occasione per vederci. Certo, ci sono state le lezioni via Internet ma non ci davano più quel senso d’intimità che sentivamo in aula, riconvertita da un’antica chiesa locale. Probabilmente siamo tutti dei superstiti della vecchia epoca tecnico-scientifica non digitale che ricordano con nostalgia tutti quei luoghi affollati dove in passato le persone sgomitavano tra loro.

Durante l’isolamento dovuto all’epidemia di Covid e la quarantena trascorsa a casa ricevetti il messaggio di un lavoratore del ristorante dove mi recavo spesso. Mi chiedeva se stavo bene e parlava delle conseguenze negative per l’economia portate dal virus, insieme ai disagi per l’occupazione: ovunque nel mondo hanno percepito allo stesso modo questa crisi. Il tempo di un anno è stato breve, oltretutto con l’epidemia che ha premuto sul “tasto pausa” cancellando completamente la primavera. In tali condizioni provare rammarico è stato naturale. Un’altra cosa che vale la pena menzionare è che prima di tornare nel mio Paese avevo pensato ad un regalo per un amico in Cina, e per prepararlo mi era stato indispensabile l’aiuto di altri amici italiani: avevo intenzione di tradurre dei libri illustrati, per donarli a lui. Nonostante la lingua di questi volumi fosse semplice si è trattato di una sfida impegnativa per me e il mio italiano di livello assolutamente elementare. All’inizio fui introdotta ai testi italiani dal proprietario di una libreria che mi diede dei suggerimenti sul tema letterario dell’amicizia, da me proposto. In seguito ho tradotto i testi in inglese, invitando gli studenti e gli amici italiani a correggerli; infine li ho tradotti in cinese. Al termine della traduzione ne ero così contenta che non ho voluto separarmene e ho anche promesso ai miei studenti italiani che al mio ritorno avrei portato libri illustrati dalla Cina.

E' ritornata nei sogni

Dopo aver lasciato l’Italia, nel giugno 2020, Pisa è spesso tornata nella mia mente. Una volta ho sognato il giorno in cui avevo lasciato la città: mi ero svegliata al mattino presto e avevo guardato fuori dalla piccola finestra dell’appartamento dove vivevo… invece delle lunghe file di edifici residenziali avevo visto il mare e gli scogli. Poi avevo aperto la porta scoprendo che la mia casa aveva un’altra casa sul retro di cui non ero a conoscenza nonostante fossi vissuta lì per un anno. Aprii la porta e mi trovai al pian terreno, dove c’era una distesa verde di erba fresca e ombrosa e poi un prato umido vicino alla costa. Sul portico c’erano degli ombrelli fatti di arazzi, frutta ammuffita e del burro di arachidi avanzato. A qualche decina di metri sul lato opposto c’era un anziano su una sedia a dondolo che portava una mascherina e faceva ondeggiare un ventaglio di foglie di palma; notai che la porta sul retro della sua casa era rivolta verso la mia.

Probabilmente stava pensando: “stupida vicina, ha impiegato un anno a scoprire questo giardino!". Poi ho lasciato il portico, mi sono diretta verso il cortile e ho notato che c'era il frigorifero di Serena, l'amministratrice della nostra abitazione; l'ho aperto, ho visto che c'era tanto formaggio e ho pensato: "Comprerò del formaggio da portare in Cina". In seguito, sulla via del supermercato, mi sono ricordata di aver lasciato la porta aperta, ma mi sono ritrovata in una fitta foresta pluviale e non sono più riuscita a trovare la strada di casa. Dopo essermi svegliata, mi sono resa conto che la mia casa è dove il mio cuore si sente tranquillo. E l'Italia, la città di Pisa, sono certamente luoghi dove il mio cuore può riposare. Spero di esser capace di migliorare le mie competenze linguistiche, la mia conoscenza del cinese e consolidare la mia capacità di insegnare. E in futuro spero che il volto, il portamento, il carattere dell'Italia e della piccola Pisa continuino ad essere sempre una parte integrante della mia vita.

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