Se Berlino accoglie gli islamici ​ma chiude le porte agli ebrei

Dal 1949 a oggi sono migliaia gli ebrei di origine tedesca ai quali la Germania ha voltato le spalle. Oggi Berlino preferisce accogliere gli arabi

Se Berlino accoglie gli islamici ​ma chiude le porte agli ebrei

La Germania continua a respingere centinaia di richieste di cittadinanza provenienti dai discendenti degli ebrei fuggiti dal Paese durante il regime nazionalsocialista.

Sembrerà strano, direte voi, che Berlino chiuda le porte in faccia ai figli dei superstiti della "soluzione finale" e le apra quando a bussare sono gli arabi. Invece, come fa notare il quotidiano Libero, succede proprio così. Quello tedesco sarà pure stato il primo governo a decidere, solo pochi anni fa, di accogliere gli immigrati in fuga dalle guerre sparse nel Medio Oriente, ricevendo attestati di merito ed elogi da parte dell'opinione pubblica. Ma è lo stesso che oggi preferisce nascondere il suo passato sotto il tappeto.

La Germania sta utilizzando un peso e due misure. Già, perché mentre Angela Merkel concede la cittadinanza teutonica a destra e sinistra, c'è un numero imprecisato di ebrei, i discendenti di quelli fuggiti da Berlino ai tempi della Seconda Guerra Mondiale per evitare l'internamento nei campi di concentramento, che chiede di essere reinserito legittimamente nella società tedesca. Senza ricevere alcuna risposta o, peggio, vedendosi chiudere la porta in faccia. Eppure ci sarebbe anche una norma risalente al 1949, il cosiddetto articolo 116 della Legge Fondamentale della Repubblica Federale meglio noto con il nome di Reintegrazione della cittadinanza, che dovrebbe aiutare i figli della diaspora a essere reinseriti all'interno della società.

Gli immigrati islamici sì, gli ebrei no

Secondo l'avvocato Felix Couchman, che si sta occupando del caso, dal termine del secondo conflitto mondiale a oggi sono migliaia gli ebrei di origine tedesca ai quali la Germania ha voltato le spalle. La spiegazione del giurista è agghiacciante: la motivazione deriverebbe dall'influenza dei nazisti riciclati nell'apparato politico della Germania federale. A cavallo tra gli anni '50 e '60, racconta Couchman a titolo esemplificatio, il capo del dipartimento del Ministero degli Interni incaricato a occuparsi di temi quali diritto di residenza e immigrazione era un certo Kurt Breull, un ex nazista che aveva sposato posizioni antisemite.

Oggi, denuncia lo stesso Couchman, la situazione non è dissimile al passato perché la Germania nega, per esempio, il reintegro dei discendenti nati dopo il 1999 e di quelli nati al di fuori del matrimonio stretto tra un padre tedesco e una madre straniera. Addirittura ci sono ebrei di origine tedesca che si sono visti negare la cittadinanza perché accusati di essere discendenti di comunità ebraiche annesse dai nazisti e perché adottati dopo la guerra da genitori tedeschi.

Berlino sta provando a rimediare a questa vergogna. Il governo tedesco ha concesso una sorta di seconda chance a chi, ancora in vita, ritiene di aver ricevuto ingiustamente un rifiuto, e si è detto disposto a rivedere l'applicazione dell'articolo 116. Non dovrebbe essere uno sforzo enorme, vista la generosità con cui la Germania ha accolto gli immigrati islamici provenienti da mezzo mondo.

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