L'infermiera simbolo di Mariupol: "Abbandonati da tutti, ma vinceremo"

Elena Karas, l'infermiera immortalata sulle tv di tutto il mondo con la benda in testa dopo il bombardamento di Mariupol del 9 marzo, racconta come si sopravvive nella città assediata

Elena Karas, infermiera a Mariupol
Elena Karas, infermiera a Mariupol

Mentre Mariupol agonizza per l’assedio dell’esercito russo, il filo tra i combattenti ucraini e i loro familiari rifugiati in Occidente è esilissimo, se non inesistente. Elena Karas, 57 anni, nata e vissuta nella città del Donbass sul mar d’Azov, è l’infermiera dell’ospedale locale scampata al bombardamento dello scorso 9 marzo la cui immagine con la benda in testa ha fatto il giro delle televisioni di tutto il mondo. Ora è ospite di una famiglia in provincia di Verona. “Sono arrivata in Italia il 2 aprile. C’ero già stata due volte, facevo la badante. Non sento mio figlio Mihail, che ha 30 anni e fa il soldato, da due settimane. Non so dove si trovi, c’è il segreto militare. Prima che partissi mi diceva che la situazione era molto difficile ed era meglio andarsene. Anche mia madre è rimasta là. Mia figlia Katerina sta combattendo, è soldato a contratto dall’anno scorso”. A Elena ha affidato i figli Nikita di 13 anni e Makar di 10.

Come ha vissuto gli ultimi otto anni di scontri?

Otto anni fa siamo stati bombardati per due giorni, ma solo nelle zone di periferia. Le cose sono cambiate dal 24 febbraio: quel giorno, dopo essere tornata a casa dal turno di lavoro, la città è stata bombardata ma ero rimasta tutto sommato tranquilla, tutti pensavano che fosse come allora, anche se vedevamo persone prendere in fretta i taxi per fuggire. Il secondo giorno, però, siamo rimasti per 24 ore senza luce elettrica. Poi è tornata, ma il quarto giorno è stata staccata e non l’abbiamo più avuta, e ha cominciato a non esserci più neanche acqua corrente. Abbiamo iniziato a far scorte. Dopodichè è mancato anche il gas. Speravamo a quel punto fosse creato un corridoio umanitario, almeno per donne e bambini. Invece no, tutto bloccato. Si è messo a piovere e siamo riusciti a raccogliere acqua piovana. Nel frattempo le temperature si sono abbassate molto, anche a meno 10 gradi, e non avevamo più riscaldamento nelle case. Dormivamo con giacche pesanti. A quel punto i negozi sono rimasti chiusi e non si poteva usare la carta di credito. Né c’erano più trasporti pubblici.

Una città fantasma. Le autorità cosa vi dicevano?

Avevamo un forte risentimento contro il sindaco (Vadym Boichenko, ndr) che aveva lasciato la città: ci sentivamo abbandonati. Non era in funzione alcun segnale d’allarme. Non si poteva telefonare, anche perché senza elettricità non potevamo ricaricare i telefonini. A volte qualcosa si presagiva, ma altre invece no, silenzio assoluto e poi le bombe.

Come riuscivate a sopravvivere, da soli?

Io abitavo in un condominio popolare di cinque piani, con 20 famiglie. Siamo sempre stati buoni vicini, molto legati fra noi. Ci siamo organizzati per tagliare gli alberi del vialetto davanti, così da accendere dei fuochi con cui cucinavamo per tutti. Io riuscivo a mangiare qualcosa al lavoro, dove continuavo ad andare visto che seguivo i neonati prematuri, e dove trovavo anche l’acqua calda. Poi, il 9 marzo, sono rimasta ferita.

Può raccontare come andò?

Eravamo in 3 infermiere, non potevamo lasciare i bambini: 13 neonati in tutto, di cui 2 abbandonati. Era pomeriggio, poco le 15 siamo stati colpiti. Noi del personale eravamo in quel momento nella sala di terapia intensiva. Ero vicina alla finestra. Nonostante avessimo messo degli armadi a coprirla, sono caduti e siamo stati investiti come da una tempesta. Tutto si è ricoperto di polvere, e una scheggia di vetro mi ha ferito alla testa. Nell’ospedale c’erano anche mamme e nonni. I medici ci hanno detto di correre nel seminterrato, le madri sono andate a prendere i loro bambini. Per fortuna non c’è nessun morto, anche se un’ altra infermiera ha avuto una commozione cerebrale. Dopo una decina di minuti sono accorsi i nostri soldati per il trasferimento nell’ospedale militare, ma non c’era posto per tutti e io non sono salita, anche perché poi non sarei potuto tornare a casa.

Ora che segue dal nostro Paese la guerra nel suo, cosa pensa dei crimini di cui sono accusati i russi?

Non leggo nessun giornale, non seguo i media.

Sente altri ucraini? Sua figlia riesce a sentirla?

Mia figlia la sento ogni giorno. Sono in contatto con alcuni colleghi, dispersi in Ucraina o in Europa.

Che idea ha di questa guerra e del popolo russo, oggi?

La speranza è che il popolo russo faccia qualcosa contro Putin, che si sta comportando come Hitler nel 1941. E guardi che io Putin lo rispettavo.

E del capo del governo del suo Paese, Zelenskij, che opinione ha?

Fa quel che può per l’Ucraina.

Come si può far finire questa guerra, secondo lei?

Con una nostra vittoria.

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